Quando lo sfruttamento del dolore fa del giornalismo becera notizia

Il giornalismo nella nostra epoca è segnato da tante cose positive, spettacolari, utili, delle quali si fa bene a parlare per diffonderne la notizia sia a vantaggio dei diretti interessati sia di tutti coloro che potrebbero esserlo o diventarlo (e si farebbe bene a farlo di più)

Purtroppo, però, non stiamo a contatto solo con fatti positivi ma, molto più spesso, siamo costretti ad accettare avvenimenti che ci risparmieremmo molto volentieri, fatti di cronaca nera, stragi, malattie, distruzione; tutte cose che pur se non vorremmo sentire, ignorandone egoisticamente l’esistenza, è giusto che ci vengano propinate, per metterci a conoscenza di ciò che accade intorno a noi, per stimolarci a ragionare e riflettere, per formare una coscienza sociale.

Compito tutt’altro che banale spetta a chi, giornalista (televisivo, di giornale, radiofonico che sia), blogger, fotografo si trova a svolgere il ruolo di canale tra il fatto e il pubblico a cui è diretta la relativa notizia. Egli, infatti, oltre a fornire la giusta notizia, fedele alla realtà, dopo essersi ben informato, deve anche saperla veicolare nel giusto modo, rendendola accattivante, mai noiosa, nei limiti di quanto è lecito fare, almeno eticamente.

Non sembra essere aderente al mio ideale di giornalismo, ma spiega molto bene la situazione attuale di chi è del mestiere, un noto inciso di Albert Londres, con il quale, come detto, non concordo minimamente: ll nostro ruolo non è quello di essere per o contro; è di girare la penna nella piaga”.

Tutti i giorni siamo abituati ad essere bombardati di brutte notizie, che è giusto ci vengano proposte, senza una minima considerazione e rispetto delle persone di cui si parla, tantomeno dei lettori, ultimi destinatari della mercificazione del fatto doloroso solo al fine di attirare morbosamente l’attenzione.

I fatti più recenti sono testimoni di questa tendenza alla deriva: abbiamo visto decine e decine di servizi televisivi in cui venivano intervistati quasi a forza, e spesso dietro il pagamento di qualche misero spicciolo, i terremotati del centro Italia, spesso raggiunti nei propri accampamenti, nelle auto in cui avevano trovato momentaneo ristoro, segnati nel volto dalla paura e dal dolore eppure sottoposti a incessanti domande, veri e propri interrogatori, sotto le forti luci dei flash, nella speranza di qualche lacrima, pianto o urlo straziante.

Non solo in televisione accade ciò, anche i giornali sono soliti riportare immagini ai limiti della sopportazione, corpi fatti a pezzi dalle bombe, colate di sangue, sguardi disperati, ingenerando nei lettori una macabra voglia di iniziare o continuare a leggere solo per sapere qualche particolare agghiacciante, per soddisfare quella strana, morbosa curiosità insita in ogni persona.

Questo è quanto succede generalmente, una mercificazione del dolore altrui al fine di ottenere un maggior seguito di spettatori e lettori, perché spesso non si è in grado di attirarne l’attenzione come si dovrebbe, veicolando la notizia in forma interessante, senza far leva sulla sfortuna di altri.

Fortunatamente non tutti quelli che fanno informazione scendono tanto in basso, esiste ancora chi è in grado di farla come si dovrebbe, dicendo tanto ma non troppo, facendo vedere qualcosa ma non tutto, spiegando cosa in realtà è successo con parole adeguate, mai eccessive; anche da noi esistono ne esistono illustri esempi.

L’ultimo esempio di buon giornalismo viene dal Cile, dove Gonzalo Ramirez, un giornalista dell’emittente cilena Tvn, durante una diretta nel luogo dove vi era stato un grave incendio si sposta dalla scena dell’accaduto, affollata da pompieri e persone che piangevano coperti da mascherine anti-gas (una tipica scena che avrebbe potuto essere sfruttata), vietando al cameraman di inquadrare in quella direzione e ammonendolo, affermando cheil dolore non si inquadra.

Il bel gesto è stato apprezzato non solo dai colleghi che ne hanno sottolineato il modo esemplare di fare giornalismo ma anche dagli stessi utenti, telespettatori e social-networks che non hanno lesinato commenti positivi per il bel gesto.

Da quanto accaduto, che deve servire da esempio per tutti coloro che fanno misero giornalismo aggrappandosi al dolore altrui, risulta il desiderio dei lettori stessi di non essere destinatari di immagini e parole cruente ma allo stesso tempo essere informati come si deve o almeno come si dovrebbe.

 

Lorenzo Maria Lucarelli

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