L’attesa ci terrorizza, ci spinge dove non vogliamo: in quell’anfratto buio in cui finiscono i pensieri e il silenzio. Adesso il luogo non conta, l’unica necessità è seppellire il vuoto sotto il superfluo. Sentiamo di dover correggere quell’anomalia subito, in qualunque modo.  Per anni, infatti, ci hanno insegnato che ogni secondo non riempito è un secondo sprecato. Così, inaspettatamente, l’aspirazione che nasce dalla riflessione smette di esistere. Diventiamo automi che consumano, non persone che desiderano.

L’urgenza che uccide il desiderio

Non è un caso. Viviamo nel mondo delle gratificazioni senza sforzo. Non è più necessario inseguire un’idea o nutrire un’esperienza: ogni stimolo trova la sua risposta in un click, in una consegna rapida o in uno scroll infinito. Ma in questa corsa verso il “qui e ora”, il pensiero che dovrebbe guidare il desiderio si assottiglia fino a sparire. Non cerchiamo o compriamo per esigenza, ma per l’immediatezza stessa. Abbiamo annientato lo spazio tra l’impulso e la sua soddisfazione, dimenticando che è proprio in quello spazio che esercitiamo una forma di controllo sulla nostra vita. Rimosso l’attrito tra il volere e l’avere, non ci rimane tempo per conoscerci.

Ci rifugiamo nel superfluo non per interesse, ma per un’istintiva forma di autodifesa. Lo schermo diventa l’anestetico che somministriamo a noi stessi quando ciò che inconsciamente respingiamo sembra riaffiorare. Spesso agiamo automaticamente, tanto da perderci in quel flusso di dati fino a dimenticare cosa ci ha spinto a prendere il telefono tra le mani. È il prezzo che noi tutti siamo disposti a pagare pur di non incrociare ciò che abbiamo spinto nell’ombra. Sembra rassicurante rimandare il confronto con noi stessi e con quel che desideriamo. È la risposta più semplice, ma anche quella che ci svuota del senso. Ci svuota del “perché”.

La resistenza dell’immobilità

Non è semplice lavorare sull’introspezione. Comprendere perché cerchiamo rifugio nella gratificazione istantanea significa riflettere. Ci costringe a guardare il nostro riflesso allo specchio, affinché risulti possibile individuare la fragilità. Una vulnerabilità che, se solo volessimo, potremmo abitare. Sta a noi decidere se lasciare che l’attesa prenda il sopravvento, o aggrapparci alla rapidità del mondo. Cresciamo con la credenza che bisogna fare sempre di più, senza concederci una pausa. Nutriamo la nostra mente di convinzioni, pensando di essere invincibili. Eppure, la vera resistenza sta nel decidere di rimanere immobili quando tutto ci urla di muoverci. Gli anfratti che ignoriamo o che respingiamo non devono spaventarci, bensì ricordarci che sono un elemento imprescindibile. Smettere di scappare dal silenzio ci potrebbe permettere di scoprire cos’ha da dirci. È giunto il momento di dargli ascolto.

Stefania Cirillo