Cinema

Il paradiso del pavone: intervista alla regista Laura Bispuri

Il paradiso del pavone, il nuovo film di Laura Bispuri (Vergine giurata), arriverà nei cinema italiani dal prossimo 16 giugno, dopo l’anteprima alla 78ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia – Concorso Orizzonti.

Ci sono film che insegui per anni e altri che all’improvviso entrano nella tua vita e ti sorprendono. “Il paradiso del pavone” è un piccolo viaggio nell’intimità e nell’autenticità degli esseri umani: un film su una famiglia allargata in cui tutti si parlano ma nessuno si ascolta davvero. Finché un evento inaspettato costringe i protagonisti a guardarsi negli occhi e a svelarsi per ciò che sono. Ed è come se la loro vita diventasse improvvisamente la nostra, in uno specchio di sentimenti che ci fa riflettere sulla complessità dei rapporti umani, sul mistero della perdita, sulle mille voci che ci parlano da dentro, sull’importanza del silenzio, sulla nostra costante ricerca dell’amore.

Laura Bispuri

Il paradiso del pavone: intervista a Laura Bispuri

Il paradiso del pavone è il tuo terzo lavoro; nonostante la dimensione corale rimane comunque molto intimo come il tuo film d’esordio, Vergine giurata, dove a essere esposta a 360° era la dimensione individuale. Qual è stata la tua evoluzione, come persona e professionista, nel tempo intercorso tra questi due film?

Il mio modo di lavorare è sempre molto legato ai personaggi che racconto. C’è una sorta di adesione fortissima tra me e loro e mi metto in qualche modo al loro servizio. Nel senso che cerco di seguire la loro anima e la loro intimità nelle pieghe più profonde. Poi sì, sicuramente cerco anche di portare loro verso di me, ma sono prima di tutto io che vado verso di loro. In questa sorta di specchio costante anche l’uso della macchina da presa lavora in questo modo. La differenza tra i vari film è però proprio l’allargamento dei punti di vista. In “Vergine Giurata” c’era un personaggio unico e solo, Hana/Mark, che seguivo e che mi dava la luce quando cambiavo paese, epoca ecc… Anche in fase di montaggio, il mio stare attaccata a Mark mi aiutava in una struttura di racconto complessa che poteva sfuggire di mano, invece Mark sosteneva il mio percorso e io il suo. Nel mio secondo film, “Figlia Mia”, i personaggi erano tre e la storia è stata proprio scritta con tre punti di vista. Questo ci preoccupava in scrittura, proprio per questa mia tendenza ad appiccicarmi al personaggio; per cui ci chiedevamo come poteva essere legarsi così tanto a uno per poi lasciarlo e passare a un altro e poi a un altro ancora. La fatica è stata quella di creare in realtà un unico flusso emotivo tra loro tre, un flusso che non facesse mai sentire questi salti e abbandoni. Una fatica che credo di aver superato in nome proprio di questo cordone ombelicale che avvolge le tre creature di questo film, e io con loro. Il terzo film “Il Paradiso del Pavone” è invece una sorta di balletto, una coreografia di 11 personaggi e un pavone in cui il punto di vista è per forza frammentato su tutti loro. Questa è la differenza più grande e che ha coinvolto in qualche modo anche il mio modo di girare. Cioè il modo è stato simile, quello legato al piano sequenza, ma mentre nei due film precedenti al montaggio si è rispettata la purezza di questo linguaggio, in questo film invece già mentre giravo pensavo ai tagli di questi piani sequenza. Mi sono sentita come una direttrice d’orchestra che aveva davanti tanti strumenti, delle attrici e degli attori incredibili. L’intimità coinvolge tutti e tre i film credo, questo sì, ma è come se si moltiplicasse da uno all’altro, aumentando i punti di vista del racconto e quindi rendendo il mio sguardo una sorta di lente d’ingrandimento, un caleidoscopio su delle intimità sempre più molteplici e diverse.

La sensazione costante che si prova guardando il film è quella del disagio come matrice fondante dei rapporti familiari; a chiunque almeno una volta nella vita è capitato di sentirsi fuori posto nel nido, di vedere i parenti come degli estranei, e di conseguenza di interrogarsi su se stessə e le proprie scelte e possibilità. Era questa la sensazione che volevi far vivere allo spettatore?

Sì, sicuramente la prima parte del film racconta di una famiglia in cui tutti parlano senza ascoltarsi, in cui a ognuno corrisponde un ruolo prestabilito, come dentro una formalità che invece poi si rompe e grazie a questa rottura ognuno è portato a spogliarsi. Da quel momento in poi il disagio diminuisce, la verità si fa strada tra i rapporti, ci si ascolta e si dicono cose molto profonde, ci si osserva in un altro modo. Sono personaggi nudi e quindi più liberi.

Il disagio è, appunto, una sorta di affare di famiglia: infatti sembra di essere a nostra volta parte del nucleo da te rappresentato, anche noi a tavola a vivere i detti e i non detti dei tuoi protagonisti (e anche quello che non dovrebbe essere visto). Che rapporto hai con chi guarda i tuoi film? Cosa vuoi che questi trasmettano e quanto a fondo vuoi far sentire il pubblico parte di ciò che crei?

Proprio la scena a tavola per me era una prova del rapporto con il pubblico. Volevo che il pubblico si sentisse seduto lì a tavola con loro. Una scena che in sceneggiatura durava circa 25 minuti e in cui il lavoro sui dialoghi è stato proprio fatto in direzione di una banalità del parlato quotidiano, in cui però c’erano spesso molti testi e sottotesti. Un balletto di relazioni, sguardi, detti e non detti, allusioni, gaffe, timidezze e tanto altro. Volevo che fosse tutto naturale, vero, che ci si perdesse nel loro chiacchiericcio e che per il pubblico potesse essere uno specchio di situazioni simili vissute in famiglia. Gli attori, dopo averla girata, mi hanno detto «Lo sai che l’altro giorno sono stato a un pranzo di famiglia e mi sembrava di essere dentro alla nostra scena?». Sì, volevo un’immedesimazione totale e lunga per poi uscirne invece in modo lirico, spostato.

Cosa sta a indicare il pavone che dà il titolo al film, e qual è la sua dimensione paradisiaca: quella della vita, con le sue inevitabili negazioni e impossibilità; oppure quella che c’è oltre la vita, ignota e per questo potenzialmente e infinitamente possibile? Soprattutto, qual è la sua metafora nella vita degli umani?

Il pavone vive un amore impossibile e in qualche modo si immola per far capire qualcosa agli esseri umani. Loro sono costretti a fermarsi, grazie a lui sono costretti a guardarsi dentro e a guardare gli altri attorno. Lui che rappresenta la bellezza, la vanità e anche il mistero della vita. È un animale misterioso, la ruota che lo caratterizza ha qualcosa di magico, inaspettato. E poi per me questo film alla fine racconta che la vita è un soffio, proprio come una piuma di pavone che vola nell’aria.

Nei tuoi lavori esplori le dinamiche di genere, tanto affascinanti quanto complesse. Come e quando è nato questo interesse e, soprattutto, l’esigenza di parlarne utilizzando il mezzo cinematografico?

Un regista sceglie una storia perché proprio quella storia e non altre crea dentro di lui uno scombussolamento, qualcosa che lo interroga e gli dà energia, vitalità. E poi dovrebbe scegliere una storia anche per un senso di responsabilità verso gli altri, chiedersi cosa propone e perché. Tutte queste dimensioni che ho citato ora sono appartenute alle mie scelte: lo scombussolamento, l’energia, la vitalità e la responsabilità. Tutto ciò mi ha da subito portata a indagare l’universo femminile e quello maschile nella ricerca di una rimessa in discussione dei ruoli e in nome di una libertà universale dell’essere umano.

Sei una regista donna che parla di donne in un’industria che fa ancora fatica a essere inclusiva. Come ti muovi e ti relazioni in questo ambiente, e che consiglio daresti alle donne che vogliono lavorarci?

All’inizio non vedevo il problema, sono andata avanti come un treno, poi invece ho iniziato a rendermi conto che accanto a me non c’era nessuna, ero sola e questo ha iniziato a turbarmi moltissimo. È un discorso molto più ampio e che ahimè non riguarda solo il cinema, ma il mondo tutto e il sistema che alimenta e permette una disparità ancora enorme. È vero però che negli ultimi anni, grazie alla lotta di tante donne, un passo alla volta si sono ottenute delle conquiste. Mi relaziono in questo ambiente sapendo che bisogna continuare a lottare. Il consiglio che do alle donne che vogliono lavorarci prima di tutto è di crederci perché i sogni si possono avverare. Crederci e non mollare di un millimetro e alimentare l’aiuto le une con le altre perché la sorellanza può diventare dirompente.

Trama e cast del film

La storia si svolge in un giorno d’inverno, quando Nena (Dominique Sanda) riunisce la famiglia per festeggiare il suo compleanno. Ci sono proprio tutti: il marito Umberto (Carlo Cerciello), i figli Vito (Leonardo Lidi) e Caterina (Maya Sansa) con la cugina Isabella (Yile Yara Vianello), la nuora Adelina (Alba Rohrwacher) e l’ex genero Manfredi (Fabrizio Ferracane) con la sua nuova fidanzata Joana (Tihana Lazović), la nipote Alma (Carolina Michelangeli), la domestica Lucia (Maddalena Crippa) con sua figlia Grazia (Ludovica Alvazzi Del Frate). E poi c’è Paco, il pavone di Alma. Nell’attesa di un pranzo che non arriverà mai, Paco si innamora di una colombetta dipinta in un quadro. Un amore impossibile che mette in discussione tutta la famiglia, chiamata a riflettere sulla verità dei propri sentimenti e sul senso profondo di ciò che resta e di ciò che invece scompare per sempre.

Chiara Cozzi

Adv

Chiara Cozzi

Laureata due volte in cinema, amante dell'horror in ogni sua forma e della cronaca nera, femminista incazzata™. Ma ho anche dei difetti.

Related Articles

Back to top button