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Il pizzo a Palermo è paura, ma non solo quello

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In molti pagano gli estorsori per abitudine o per avere servizi. La paura non è l’unico motivo.

Non è solo una questione di paura

Nella provincia di Palermo nel 2021 sono state accertate dalle forze dell’ordine circa 220 estorsioni. Sono poche quelle denunciate dalle vittime. Il comandante provinciale dei Carabinieri, ha detto di aver seguito <<115 episodi estorsivi, ma le denunce ricevute sono state solo sette>>.

Il fenomeno della “messa a posto”, modo in cui nel gergo mafioso viene chiamato il pizzo, è ancora molto presente nonostante le grandi operazioni di magistratura e forze dell’ordine negli ultimi vent’anni. Il numero di chi si rivolge per denunciare è cresciuto sicuramente con l’aiuto delle associazioni antiracket. Ma chi lo fa rimane pur sempre una minoranza.

Sono tanti i commercianti che non denunciano. Molti dei quali negano di aver mai pagato. La cosca mafiosa per alcuni viene vista come una “società di servizi” dove si “paga il pizzo come fosse un abbonamento a un’entità che risolve i problemi”.

Il socio fondatore e avvocato dell’associazione Addiopizzo racconta: <<Siamo abituati ai racconti, sulla stampa, di una città dove tutti pagano il pizzo per terrore oppure al contrario dove all’improvviso ci sono rivoluzioni con la rivolta dei commercianti che si ribellano al racket ma ogni zona, ogni periodo e anche ogni vittima ha la sua peculiarità.>> E continua: <<se restiamo ai fatti bisogna dire che non c’è solo chi paga il pizzo perché ha paura, ma anche chi lo fa perché ha interesse a pagarlo, perché così si assicura un servizio da parte dell’organizzazione criminale, oppure perché semplicemente vive e lavora in quella zona da 30 anni e così è stato abituato a fare>>.

Il caso a sud-est del centro di Palermo

Il caso del quartiere a sud est del centro è emblematico. Per qualsiasi esercizio commerciale nella zona, qualsiasi locale o negozio, si doveva pagare il pizzo: supermercati, concessionarie di auto, autodemolitori, bar, farmacie, etc. Eppure nessuna vittima aveva denunciato. Nel Luglio del 2021 sedici persone furono arrestate per 50 episodi estorsivi ricostruiti dalle forze dell’ordine.

I motivi che portano alla decisione di non denunciare sono diversi. Tra il commerciante e l’estorsore delle volte ci sono scambi di favori. Recuperare credito da altre persone, evitare la concorrenza, abitudini. <<C’è anche il caso del commerciante che pagava il pizzo a suo cognato: l’estorsore era suo parente>>, dice uno dei commercianti <<Pensate che ne avesse paura? No, semplicemente è una cosa che andava fatta. Non bisogna pensare sempre che chi paga è un vigliacco che sia terrorizzato. Le situazioni sono diverse, di volta in volta>>.

Ascoltando le intercettazioni svolte nel quartiere, il questore ha spiegato la difficoltà per il clan, durante il lockdown, di esercitare il lavoro di riscossione. <<Dovevano giustificarsi con i parenti dei detenuti e affrontare le minacce delle mogli che dicevano “se non arrivano i soldi sapete cosa ci resta da fare”, alludendo alla possibilità che i familiari si pentissero>>.

Durante il lockdown i clan si sono comportati in maniera diversa l’uno dall’altro. Alcuni sono diventati un <<sostegno attivo alle famiglie degli esercenti di attività commerciali e imprenditoriali in difficoltà o in crisi di liquidità>>, dice il capo dell’ufficio del Commissario straordinario per il coordinamento delle iniziative antiracket e antiusura. Hanno attinto alla loro enorme disponibilità economica per aiutare chi era in difficoltà. Non chiedevano niente in cambio ma l’obiettivo era quello di subentrare in un secondo momento avendo un ruolo nell’attività. Secondo il Capo dell’Ufficio questo <<ha determinato un’impennata del livello reputazionale delle conventicole criminali foriera di gravi conseguenze per il futuro>>.

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Valeria Doddo

Fonte: Il Post

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