Sono passati 7 anni dall’ultimo, storico capitolo di una delle migliori trilogie cinematografiche dell’ultimo ventennio: quella de il pianeta delle scimmie. Il tono che Matt Reeves volle dare a The War – il pianeta delle scimmie (capitolo di chiusura della trilogia) era maestoso, epico, gargantuesco. Ma allo stesso tempo dolce e aggraziato, con la volontà di lasciar respirare – finalmente – pubblico e protagonisti. Ed è proprio da lì che riparte questo nuovo capitolo, una sorta di soft-reboot che apre ad una nuova trilogia. Ma la presenza, che si incute sopra alla pellicola come un ombra impossibile da scrollarsi di dosso è quella dello sguardo magnetico di Cesare, che è (e resterà) uno dei personaggi più forti e potenti della storia del cinema, diventando in questo nuovo capitolo leggenda, simulacro da venerare e altarino da adorare. Ma la sua presenza/assenza si fa troppo forte e sovrasta una pellicola che, in tutti i modi, tenta di dare nuova linfa e ad emanciparsi con un nuovo percorso.

Questa volta la regia viene affidata a Wes Ball che già aveva dimostrato di trovarsi a suo agio in racconti post-apocalittici con Maze Runner. E registicamente il film funziona abbastanza bene. Le immagini parlano, fanno il loro lavoro e Ball mantiene un’assetto quasi documentaristico alla narrazione-per-immagini che giova alla spettacolarità visiva. La sua mano, però, d’altra parte, non fa altro che alimentare quella malsana necessità di tornare dove si è stati bene. Certo, la forza dirompente delle immagini digitali è sorprendente anche in questo capitolo. Il fatto stesso che un prodotto del genere non ci sorprenda più nella sua resa mista tra digitale e reale fa capire a quali livelli sia arrivata la tecnologia della WETA Digital. Peccato che il film sappia di già visto, di scrittura stantia e vecchiotta che tenta di rompere il cordone ombelicale, senza però mai staccarsi veramente dalla madre.

Il regno del pianeta delle scimmie: capovolgere

Il regno del pianeta delle scimmie: il villain Proximus Caesar

E se sono passati 7 anni nella nostra realtà, in quella filmica di anni ne sono trascorsi circa 300. “La storia di Cesare divenne mito, e il mito divenne leggenda”, per scomodare un altra trilogia che ha avuto un “discreto” successo. I suoi insegnamenti sono stati interpretati dalle varie tribù di scimmie in maniera diversa. C’è chi vive di pesca e allevamento, come il villaggio del protagonista Noa. O chi vive di caccia e conquista, come il regno (appunto) dell’autoeletto Proximus Caesar. La storia inizia quando il pacifico villaggio di Noa viene attaccato e depredato da un gruppo di bellicose scimmie. Rimasto solo in compagnia di una giovane umana che non parla (come tutti gli umani, chiamati Eco, diventati animali selvatici dopo l’arrivo sulla terra del virus) dovrà intraprendere un viaggio alla ricerca dei suoi compagni per salvarli e tornare alla loro pace. Nel farlo, scoprirà un piano in grado di cambiare le sorti del pianeta in cui vive.

L’assunto generale de Il regno del pianeta delle scimmie capovolge le dinamiche che abbiamo conosciuto nella prima trilogia. Ora, a condurre i fili della narrazione, non è più uno scambio costante tra umani e scimmie, in lotta per la supremazia. Ma le scimmie sono il centro nevralgico del racconto, essendo le uniche abitanti della terra. E lo scontro allora è tutto interno, tra chi vuole regnare sul pianeta e tra chi vuole vivere in pace. La problematica principale di questo scarto rispetto alla trilogia originale è duplice. Da un lato, nobilmente, tenta di rovesciare la tesi narrativa precedente incappando però nel già visto e nel vecchio. Perché invece di allontanarsi, ci si avvicina costantemente, con i continui rimandi a Cesare e ai suoi fasti. Dall’altro lato, la struttura narrativa, oltre che prolissa (2 ore e 20 sono eccessive), è semanticamente vecchia. Si appoggia su un cinema fantascientifico che già conosciamo, con società distopiche in cui gli umani non esistono più o non sono più i padroni.

Emanciparsi ed evolversi

Allo stesso tempo, Noa non è decisamente un personaggio carismatico. E se è passabile la sua chiamata all’azione involontaria e frutto di scelte non sue, non lo è altrettanto la sua passività costante. L’immedesimazione alla fine viene ribaltata, portandoci a parteggiare più per la ragazza che lo accompagna e il suo scopo che per lui e il suo villaggio. Infatti, è proprio con lei che la narrazione acquista una verve più interessante, nonostante una costante necessità di attendere un prossimo capitolo per capire se alcuni buchi di scrittura saranno chiusi (pratica ormai cara al mondo blockbuster). Perché è proprio la metafora di fondo del vivere della terra e dei suoi frutti contro il capitalismo incombente e conquistatore ad essere banalotta e forzata.

La dinamica della scimmia che prende il sopravvento poteva decisamente essere sviluppata seguendo una strada diversa. Infatti, lo sviluppo che si viene a creare scade nella volontà di assomigliare agli umani. L’evoluzione diventa la motivazione per avvicinarsi in tutto e per tutto all’umanità. Una dialettica un po’ fragile e tanto trita e ritrita, non solo cinematograficamente. Sarebbe stato più saggio seguire una strada diversa e tentare un approccio fuori dagli schemi, così come fece Matt Reeves nei due capitoli di cui ha curato la regia decidendo di eliminare quasi completamente i dialoghi in un blockbuster. E proprio una scelta di questo genere, di coraggio, sarebbe stato l’ingrediente necessario per scappare dalla mano del gigante Cesare e emanciparsi definitivamente dal passato che fù.

Alessandro Libianchi

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