Cultura

Il sindaco del rione Sanita: i valori della criminalità contemporanea

Non è semplice parlare dell’opera Il sindaco del rione sanità perché è una rappresentazione cosi famosa da esser stata il pretesto per far scorrere diversi litri d’inchiostro nel tentativo dar senso all’opera di De Filippo. Una criminalità che scorre negli anfratti della città di Napoli secondo una moralità spicciola ma efficace mentre l’onesta è oscurata dai mali della materialità e del cinismo.

La base di partenza è la stessa ma Mario Martone, regista dello spettacolo teatrale che andrà all’opera al Teatro argentina di Roma dal 17 al 29 Aprile, pone questa storia nella nostra contemporaneità dove la musica melodica è sostituita dal rap di strada che ferisce come un colpo di pistola. Lo spostamento temporale non può che mostrarci come la commedia di De Filippo non subisce quel naturale invecchiamento delle tematiche delle rappresentazioni datate ma si mostra a noi godendo di ottima salute riproponendo un sistema empatico molto utilizzato negli ultimi anni nel mondo dello spettacolo. Il tifo del pubblico passa tra le gesta e le parole dei criminali mentre ai “buoni” sono lasciati le briciole alla moralità che rappresentano. Quindi sono due poli di un mondo che ha bisogno di un mediatore rappresentato dalla figure del medico. Lungo la sua figura scorre tutta la grandezza della commedia. Martone lo mostra in sordina. Agisce dietro a figure più appariscenti ma lui rimane inchiodato su quel palco perché lo spettatore deve vederlo. Lo spettatore deve vedere il suo volto diviso tra il ricatto e l’appartenenza, tra l’essere codardo ma in mano ad un burattinaio e il freddo calcolatore che nonostante tutto rimane in scena, illuminato tra le calde luci del neon. L’interpretazione di Giovanni Ludeno è asciutta ma perfetta per mostrare l’ambiguità del suo personaggio che troverà consapevolezza solo alla fine della raprresentazione. Al suo fianco agisce una criminalità piena di valori rappresentata da Antonio Barracano (Francesco Di Leva) e l’onestà materiale e povera di spiritualità di Arturo Santaniello (Massimiliano Gatto). La recitazione fisica messa in atto da Di Leva pone un accezione metaforica alla criminalità napoletana che come lui è forte, in buona salute ma presenta dei punti deboli non trascurabili che corrispondono al mantenimento di una linea di valori che tende a mutare con il sopraggiungere di altre esigenze di carattere economico. I tre attori citati si lasciano guidare dalla loro capacità di fare gruppo creando un opera corale dove tutti mettono un acuto morale alla storia senza che questa mostri mai quale di questi modi d’essere sia il migliore. Questa è l’abilità di Martone. Portare un discorso su più piani simbolici mantenendo fedeltà a testo originale. La comicità di De Filippo diventa il sarcasmo di una città che non trova soluzione di rinascità nonostante i suoi pregi. L’omaggio del regista al suo maestro si muove secondo il fiero senso d’appartenenza all’essere napoletano. E non importa se nei primi minuti la comprensione delle battute non è sempre facile ma poi sono i sentimenti che escono dai corpi attoriali e tutto si capisce. Capiamo perché, per il dottore, “Il mondo giri a vuoto!” Capiamo perché per Don Antonio La circolarità degli eventi deve diventare semplice come un quadrato. Capiamo la bravura di Martone nella sua rappresentazione di ampie vedute sulla criminalità a Napoli attraverso le 4 pareti di due appartamenti ma sopratutto capiamo la potenza espressiva di De Filippo a distanza di 40 anni dall’ideazione di questo spettacolo.

Quinto De Angelis

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