Il più antico e noto giornale di Washington sta affrontando una crisi senza precedenti. Un’instabilità che non riguarda esclusivamente l’aspetto economico, ma la struttura stessa della redazione. Il Washington Post, di proprietà di Bezos, ha annunciato il licenziamento di 300 dei suoi 800 giornalisti. Un numero che preoccupa e che appare come il sintomo di un problema ben più grande e vicino all’aspetto politico.
Dal sostegno alla caduta: quali sono le intenzioni di Bezos?
Il Washington Post, dall’acquisizione di Jeff Bezos nel 2013, ha affrontato un incremento significativo tanto da far registrare bilancio in attivo tra il 2016 e il 2020. Oltre gli stanziamenti finanziari del noto proprietario di Amazon, il giornale prese posizione anche durante il primo mandato presidenziale di Donald Trump, contrastando quelle che erano le sue politiche. Fu proprio il suo ruolo a far aumentare significativamente il numero di abbonati, tanto da trasformare la testata di Washington in un effettivo rivale del New York Times. Tuttavia, la crescita si arrestò nel 2023, con una conseguente perdita di 77 milioni di dollari. A causa della saturazione del pubblico e l’impossibilità di competere con il proprio rivale, il Washington Post ha iniziato a subire dei duri colpi che, ad oggi, stanno portando a conseguenze preoccupanti.
La crisi della redazione statunitense è trainata da due fattori principali: gli algoritmi e la presenza, ora invadente, di Bezos. Il primo fattore, in realtà, è un problema che tocca da vicino ogni redazione. Gli algoritmi infatti consentono alle persone di trovare repentinamente le notizie nella prima schermata di ricerca, disincentivando il pubblico ad approfondire notizie attraverso le testate. Il secondo, invece, concerne il Washington Post da vicino. Per anni Bezos si è rivelato come un proprietario fruttuoso, interessato a finanziare il giornale senza, però, senza intaccarne l’indipendenza.
Ad oggi, invece, questa dinamica sembra essere cambiata. L’impasse del giornale è interessato anche a problemi di credibilità: nell’autunno del 2024, infatti, la proprietaria impedì la pubblicazione dell’endorsement presidenziale durante la campagna elettorale. Una tradizione duratura che è stata stroncata, impedendo la pubblicazione di un articolo a favore di Kamala Harris. Le conseguenze di questa scelta furono disastrose, portando a una perdita di 250mila abbonati.
A rischio la democraticità dell’opinione
Gradualmente, ma in modo irreversibile, la direzione del giornale ha preso una posizione sempre più vicina a Trump. Il cambio di traiettoria si identifica anche nella scelta di Bazos di investire ben 70 milioni di dollari nel documentario Melania, su Melania Trump. Un’ulteriore aggiunta che grava sulla credibilità del giornale, non solo agli occhi dei lettori, ma anche a quello dei giornalisti. Molti di loro, infatti, hanno deciso di abbandonare autonomamente il proprio impiego; altri, invece, sono stati licenziati senza alcun preavviso. Tra coloro che sono stati allontanati, alcuni erano inviati all’estero e hanno ricevuto la notizia durante una riunione in videoconferenza dal direttore Matt Murray e dal responsabile delle risorse umane Wayne Connell. Né Jeff Bezos, né Will Lewis, l’amministratore delegato, hanno commentato pubblicamente la decisione.
L’aspetto più preoccupante, oltre il numero estremamente elevato di giornalisti che hanno perso il lavoro, è la piega politica che il Washington Post sta acquisendo. Il timore è che Bezos stia favorendo il progetto politico di Trump e il suo desiderio di annientare i media che considera avversi. Non è a rischio il singolo dipendente, ma la democraticità dell’opinione.
Stefania Cirillo





