L’intervista a Stella N’Djoku: l’intimità della scrittura poetica

Stella N’Djoku, nata nel 1993, nasce a Locarno (Svizzera). Laureata in Filosofia, inizia a scrivere per il giornale universitario e ne diventa direttrice. Collabora con altre testate svizzere come Corriere del Ticino ed ExtraSette.

Tra le sue passoni vi è la scrittura, partecipa e vince alla nona edizione del Matheton Agon, premio indetto dall’Università di Basilea, con Morire per amore è possibile? Due miti a confronto. Cura la direzione artistica di alcuni eventi e collabora con la Divisione socialità e sostegno della città di Lugano. Attualmente lavora come insegnante e si occupa del progetto Dialogue en Route (dialogo interreligioso) per la Svizzera.

Stella N’Djoku nel 2019 pubblica la sua prima raccolta di poesie “Il tempo di una cometa” e altri suoi versi sono pubblicati su riviste letterarie o antologie.
Ma è il momento di conoscerla meglio.

Stella N’Djoku: un incontro di culture

Ciao Stella, per conoscerti meglio la prima domanda che vorrei farti è sulla vivacità culturale presente nella tua famiglia: Berna, Congo, Friuli, Puglia, Ticino. In che modo ti hanno influenzato?

«Sono cresciuta parlando in casa italiano e francese, con entrambi i genitori; poi, crescendo, visto che la lingua della mia socialità era l’italiano, sono diventata “pigra” e ho cominciato a rispondere sempre più spesso in italiano.
Contemporaneamente, sentivo mia nonna che parlava in friulano […]; mentre mio nonno mi insegnava le filastrocche in dialetto salentino, di Galatone per la precisione; inoltre, c’era mio papà che parlava in lingala con i familiari e il mio maestro delle elementari che parlava spesso e volentieri in dialetto ticinese».

Una vivacità non solo linguistica, cos’altro ti ha influenzato?

«Un’altra influenza è quella che riguarda il cibo: apprezzo la polenta, per esempio, lo zuff friulano (che è polentina con la zucca); la frisella con il pomodoro, e che dire delle makemba (banane grandi, “platano”, fritte) o dei mikate (bignè) e, ancora, della torta di pane (tipicamente ticinese)».

La filosofia, che passione!

Il percorso di studi in Filosofia è spesso preso di mira da critiche e battute, sembra che la filosofia per alcuni sia inutile. Cosa ti ha portata a scegliere questo percorso?  

«Ho sempre voluto intraprendere un percorso di studi umanistico, questa era la mia unica certezza. Infine, la scelta è ricaduta sulla Filosofia. Nel periodo dopo la maturità ero sicura di voler studiare Lettere, ma ero incerta sul dove. Poi, un giorno sono andata ad ascoltare una conferenza sulla filosofia d’amore nel Medio Evo e ne sono rimasta così felice che ho deciso di iscrivermi a Filosofia, una delle mie materie preferite al liceo!».

Possiamo provare a spiegare la bellezza degli studi filosofici, ma ci vorrebbero molte parole. Come spiegheresti la filosofia a dei bambini, a dei ragazzi?

«Racconterei loro delle storie. In fondo, le storie, le favole, i miti, sono tra i primi nostri modi di entrare in contatto con la realtà. E poi cercherei di rispondere, tutti insieme, ai loro perché. Lo stesso farei con i ragazzi: porterei loro delle situazioni e poi, piano piano, attraverso alcune domande, li porterei a fargli esprimere quello che pensano sul tema proposto, un po’ come accadeva con la maieutica socratica».

Stella N’Djoku - photo credits: Stella N’Djoku
Stella N’Djoku – photo credits: Stella N’Djoku

Il lavoro con i bambini

Come professoressa di religione stai vestendo dei panni difficili. Tu come hai scelto di dialogare con i tuoi studenti?

«A scuola noi abbiamo un programma diviso in tre parti: racconto biblico, religione e vita quotidiana, attualità e riflessioni, che sono continuamente in dialogo tra loro. In un primo momento ci interroghiamo su cosa sia la religione, che intendiamo come rapporto orizzontale tra persone e Creato e verticale tra persone e Dio e da qui cerchiamo di capire come questo rapporto tra Dio e uomo si sviluppi».

Quali sono i temi che affrontate nelle lezioni?

«Quest’anno abbiamo scelto di parlare dei generi letterari all’interno del racconto biblico, concentrandoci dapprima sul simbolo. Dopo un primo momento volto a scoprire i testi sacri come ponte tra Dio e uomo, ci siamo dedicati alla lettura di alcuni brani della Genesi, in cui abbiamo individuato un forte linguaggio simbolico. In seguito, abbiamo visto come i simboli in generale e i simboli religiosi, poiché dotati di prestigio e di grande valore all’interno della società, siano utilizzati anche nel mondo della moda, della musica. ecc. Di tanto in tanto commentiamo insieme avvenimenti di attualità, per capire meglio come potremmo comportarci in alcune situazioni».

L’esperienza della pandemia ha cambiato temi e tempi di insegnamento. In che modo questo ha influito sulle tue lezioni e sugli alunni?

«Ha influito molto. Soprattutto con l’avvento della didattica a distanza. Le lezioni erano molto più brevi, per evitare che i ragazzi passassero troppo tempo al computer o che perdessero il filo; allo stesso tempo, però, è stata un’opportunità per conoscerli meglio: per dodici settimane ho scritto loro delle “Lettere dalla quarantena” e poi “dalla ripartenza” a cui loro, spesso e volentieri, mi rispondevano e in cui trovavano non solo un conforto, ma un legame con l’esterno, se così possiamo dire, che poi in realtà era il mio balcone e di cui, di settimana in settimana, raccontavo gli sviluppi. Eravamo chiusi in casa, ma, in un certo modo, quest’esperienza ci ha aperto nuove possibilità di conoscerci».

L’intimità della scrittura poetica di Stella N’Djoku

Nella tua raccolta di poesie “Il tempo di una cometa” racconti te stessa in maniera limpida. Da dove nasce la forza delle tue parole?

«Penso che nasca dalla sincerità. Spesso cerchiamo la bellezza, ma la bellezza non ha bisogno di essere artefatta. Penso che più si toglie, più ci si spoglia, e più è possibile trovare questa forza, perché si arriva all’essenza di quello a cui si vuole arrivare».

Vorrei lasciarti concludere con una frase. Quale, tra le tante che hai scritto, in versi o in prosa, ti rappresenta al meglio ora, in questo momento?

«Forse questa, che arriva da una delle poesie che sono contenute nell’antologia Dal sottovuoto, Poesie assetate d’aria, pubblicata da Samuele Editore. Era appena iniziato il lockdown e io, che sono della generazione co.co.pro. (contratto collaboratore su progetto) e che quindi fino a lì mi giostravo tra quattro lavori differenti, mi sono ritrovata una mattina a casa, senza la sveglia alle 5 e senza dover puntare altre sveglie nel corso della giornata che mi ricordassero di prendere treni o bus: per la prima volta, dopo secoli, mi sono ritrovata a pensare se tutte quelle corse avessero un senso, e ho scritto così:

Ma oggi, nel primo giorno in cui casa / riprende ad avere il suo significato originario, / mi ripeto se il senso della corsa / era nel fine e la soddisfazione / nell’estrema stanchezza / del corpo.

Trovate Stella e i suoi progetti a questo link (clicca qui).

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Articolo di Giorgia Bonamoneta.

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