Nella notte tra venerdì e sabato, decine di migliaia di persone sono scese in strada, accrescendo le già estese proteste in corso contro il regime in Iran. Negli ultimi giorni, i cortei si sono diffusi a macchia d’olio in tutto il Paese, dalla capitale Teheran a Mashhad, Tabriz, Urmia, Isfahan, Karaj e Yazd. Nonostante le autorità abbiano bloccato internet, per tentare di ostacolare la circolazione di video e le comunicazioni tra i manifestanti, la popolazione iraniana sta continuando con coraggio a far sentire la propria voce.
In Iran proseguono le proteste, nonostante le minacce del regime
L’ayatollah Ali Khamenei, la figura politica e religiosa centrale del regime, ha condannato duramente le proteste, definendo i dissidenti come «rivoltosi», accusandoli di star facendo gli interessi di Donald Trump. Ha poi ribadito che il governo «non indietreggerà», nonostante le richieste dei civili. Dello stesso parere Ali Salehi, il procuratore generale di Teheran, che ha dichiarato che «non ci saranno compromessi con i terroristi armati», parlando dei manifestanti.
Due giorni fa, attraverso la televisione di Stato, un presentatore si è rivolto alla popolazione con queste parole: «Questa è la notte in cui i genitori impediscono ai loro figli di uscire. Se succede qualcosa, se qualcuno si ferisce, se viene sparato un proiettile e qualcosa succede loro, non vi lamentate». Nonostante le chiare minacce, migliaia di persone si sono comunque riversate nelle strade, invocando la morte dei dittatori. Molti tra loro inneggiano a Reza Pahlavi, il figlio dello shah iraniano esiliato nel 1979 dalla rivoluzione islamica, auspicando il suo ritorno.
Federica Checchia





