Nel primo pomeriggio di ieri, l’esercito israeliano ha colpito un appartamento nella zona di Amrussieh, municipalità di Shueifet, nell’area al limite della Dahiyeh, la periferia sud del Libano duramente colpita durante questa fase della guerra e quella precedente. L’obiettivo: Ali Husseini, comandante dell’unità missilistica di Hezbollah. Il partito ha confermato di aver subito risposto con un lancio di missili sulle posizioni israeliane. In serata è arrivata la notizia che il comandante è sopravvissuto.
La nuova violenta escalation israeliana in Libano è cominciata ufficialmente mercoledì, quando il primo ministro israeliano Netanyahu ha dichiarato il sud del Libano, a partire dal fiume Zahrani, a 40 chilometri dal confine, «zona di combattimenti», anche se già da lunedì Tel Aviv aveva intensificato le operazioni militari.
L’attacco arriva in evidente frizione non solo con un concetto di tregua che non ha mai trovato riscontro con la realtà, ma anche con la linea rossa evocata da Washington, che nei giorni scorsi – nel dare l’ok a un’espansione dell’operazione di terra verso nord – aveva espresso contrarietà a qualsiasi raid sulla capitale libanese. Ma da Gerusalemme la risposta è stata netta: «Dobbiamo continuare a fare pressione su Hezbollah», ha scandito il premier Benjamin Netanyahu, aggiungendo che Israele si trova in una fase in cui può «sfruttare la propria forza in molte direzioni».
Più di un milione di persone in Libano sono state sfollate a causa della guerra tra Israele e Hezbollah, scoppiata il 2 marzo quando Hezbollah ha lanciato razzi contro il nord di Israele in segno di solidarietà con l’Iran, due giorni dopo l’inizio della guerra.
Secondo il Ministero della Salute libanese, almeno 3.269 persone sono state uccise negli attacchi israeliani dall’inizio della guerra, e oltre 9.800 sono rimaste ferite. Secondo l’ufficio di Netanyahu, almeno 23 soldati israeliani e un dipendente di una società di difesa sono stati uccisi nel Libano meridionale o nelle sue vicinanze, e due civili sono stati uccisi nel nord di Israele, la stragrande maggioranza per mano di droni.





