Se lo amiamo da così tanti anni, ci sarà un perché. E’ tornato, super atteso, Jesus Christ Superstar al Teatro Sistina. E ieri, 19 aprile, si è trasformato in un palcoscenico visionario, vibrante di musica e spiritualità. La nuova edizione di Jesus Christ Superstar, per la regia di Massimo Romeo Piparo, ha riportato in scena l’opera rock firmata da Andrew Lloyd Webber e Tim Rice in una forma rinnovata, potente e carica di simbolismi contemporanei. Jesus Christ Superstar non è solo spettacolare, è tremendamente attuale, e non è solo la nostra mente ad andare oltre, ma sono anche le immagini presenti nel musical che ci obbligano a tornare al nostro presente. E riflettere che forse commettiamo sempre, ancora una volta, lo stesso errore. Torniamo a condannare a morte l’ennesimo Gesù.
Jesus Christ Superstar al Teatro Sistina: l’opera eterna con lo sguardo rivolto all’oggi

Questa produzione, rigorosamente in lingua originale (per non perderci niente del capolavoro in lingua), si carica di una forza espressiva inedita, in perfetto equilibrio tra fedeltà alla partitura originale e risonanze emotive legate all’attualità. La guerra, il dolore collettivo, le immagini delle grandi tragedie dell’umanità – dall’Olocausto all’11 settembre, fino al conflitto in Ucraina e del genocidio a Gaza – irrompono sul palco in un crescendo visivo e sonoro che tocca corde profonde. Il momento delle 39 frustate a Gesù diventa così non solo una scena madre, ma un grido muto che attraversa i secoli.
Luca Gaudiano, un Gesù magnetico e fragile
Nel ruolo di Gesù, quest’anno Luca Gaudiano, già sul palco del Teatro Sistina con Tony in West Side Story: e se lo avevamo adorato in quella performance, stavolta non possiamo che uscirne estasiate. Il Gesù di Gaudiano offre una performance intensa, vulnerabile, ma soprattutto umana. Perché è quello che ognuno di noi cerca nel personaggio di Gesù. La sua voce, ricca di sfumature, sa modulare con maestria tanto i momenti di dolcezza quanto quelli di sofferenza. È un Gesù moderno, carico di pathos. Accanto a lui, Beatrice Baldaccini dona a Maria Maddalena una dolcezza combattiva, esprimendo attraverso il canto una devozione intima e delicata. Il suo “I Don’t Know How to Love Him” è tra i momenti più struggenti dello spettacolo.
Ma è Feisal Bonciani – nei panni di Giuda ancora una volta – a regalare uno dei picchi emotivi più alti: carismatico e tormentato, conduce il pubblico in un viaggio interiore tra rabbia, fede e tradimento. Il suo ingresso dal foyer fino al palco rompe la quarta parete e travolge lo spettatore, restituendo tutta la complessità del suo personaggio. Un grande sì per Luca Buttiglieri, che quest’anno debutta con un Erode eccentrico, alla David Bowie, che irrompe nella scena tra particolarità, colori, (farfalle) e risate tra il pubblico. Sicuramente uno dei momenti preferiti del musical. E noi ammettiamo che ne avremmo voluto molto di più.
La scena firmata da Teresa Caruso è un colpo d’occhio suggestivo: rovine moderne e simboli sacri si intrecciano in un’ambientazione che mescola storia e presente. Le coreografie di Roberto Croce sono travolgenti, viscerali, fisiche. Trampolieri, acrobati, mangiafuoco: ogni elemento scenico è calibrato per amplificare la potenza del racconto, trasformando ogni quadro in un affresco vivente.
L’orchestra, diretta con energia e precisione da Emanuele Friello, accompagna la narrazione con una colonna sonora incalzante e potente, che si fa motore dell’intera messa in scena. L’equilibrio tra rock, spiritualità e dramma è semplicemente perfetto.
(E a Pasqua, Jesus Christ Superstar vi aspetta alle 16).





