Cultura

Keith Haring: vita e opere dell’artista degli omini luminosi

Keith Haring è stato definito erroneamente esponente del graffitismo. La sua arte e la sua vita sono specchio delle contraddizioni di una generazione americana cresciuta in piena era nucleare e nutritasi di televisione e fumetti.

Nato il 4 maggio in Pennsylvania nel 1978 dopo un anno alla Ivy School of Art si trasferisce a New York dove studia con Joseph Kosuth e frequenta il Club 57. Siamo alla metà degli anni ‘80 che conobbero l’esplosione dell’AIDS. Haring si dimostrò sensibile al tema, trasposto in diverse opere, ma la sorte volle che egli stesso contraesse il virus. Da quel momento la sua salute si fece precaria. Morì nel 1990 a New York.

In che contesto opera Keith Haring

Il mercato dell’arte degli anni Ottanta assiste a un ritorno all’espressione pittorica ed è assetato di novità: i graffiti rappresentano la controcultura, prodotti dalle classi sociali svantaggiate, con pochi mezzi e con un’energia dirompente. Le gallerie – interessate al fenomeno per assorbirlo e neutralizzarlo – avevano bisogno di Haring: bianco, illegale ma non troppo e comprensibile.  

Per quanto riguarda l’adesione al writing, Haring ne ha certo preso ispirazione, ma solo per quanto riguarda il medium – come la strada o la metro – e non per quanto riguarda lo stile o il metodo. Il culto del nome, il rischio e la fama sono obiettivi ignoti all’artista, che non firmava mai le sue opere e che affrontava una moderata illegalità – cartelloni sfitti, cassonetti, marciapiedi – per raggiungere un pubblico ampio e generalista.

Cosa differenzia il writing dall’arte di Keith

Il writing faceva uso di elementi grafici ma girava intorno al culto del nome e all’occupazione illegale dello spazio per attirare l’attenzione. Lo stile calligrafico era un modo per differenziarsi su parametri non-artistici: la quantità, la dimensione dei pezzi, la ripetizione della propria firma e uno stile personale, spesso incomprensibile.

Altro elemento fondamentale era l’adrenalina. ‘’Quella sensazione di dipingere sui treni” dice Phase 2 – uno dei pionieri del writing“non la puoi ricreare. È tutta un’altra storia. Non voglio dire che è l’adrenalina che ti entra in circolo, ma uno che disegna coi gessetti sui cartelloni neri della pubblicità non si assume gli stessi rischi di uno che entra nei depositi”.

Lo stile e gli intenti artistici di Haring

Proprio a partire dagli esperimenti con il gessetto bianco sui pannelli pubblicitari nella metro, Keith esprime un universo ironico e personale, in tensione tra la spensieratezza e l’angoscia dell’esistenza. I suoi personaggi – dal ragazzo radioattivo al “barking dog”– sono onnipresenti nelle stazioni della metro, ma raramente sui treni.

Haring sviluppa un’iconografia stilizzata dal gusto neo-pop, come per gli elementari omuncoli, circondati da fumettistici raggi luminosi; i disegni traggono dal fumetto gli archetti concentrici per indicare il movimento. In quegli esseri metamorfici coesistono l’immediatezza dei graffiti preistorici e le paranoie dell’uomo contemporaneo.

Il rapporto di Keith Haring con le avanguardie artistiche

L’opera di Haring proviene dalla standardizzazione del segno di Andy Warhol,  con cui ebbe un’intensa amicizia. Il suo stile è frutto di un multiculturalismo espressivo che intreccia: simultaneità futurista, ironia dadaista, scomposizione cubista e automatismo surrealista. A questi riferimenti si mescolano poi il gusto della dimensione pubblicitaria e l’accento cromatico di derivazione primitiva.

Senza Titolo di Keith Haring, acrilico del 1984

In Senza Titolo anticipa il tema dell’informatizzazione di massa che può condurre alla spersonalizzazione. Il dipinto raffigura un mostro con il corpo di un insetto kafkiano e la testa sostituita da un computer: all’interno del monitor il cervello è prigioniero.

Il suo segno è netto, lavora con senso del ritmo ed equilibrio, sia in piccola che in grande scala. Haring riesce a comporre figurette e segni calligrafici riempitivi in modo che ogni zona sia equamente campita grazie ad una rara capacità di dominio dello spazio.

Tuttomondo, affresco del 1989

Le qualità stilistiche sono evidenti quando lavora su larga scala, come nel murale Tuttomondo ultima opera del 1989, sulla parete del convento di Sant’Antonio a Pisa. I numerosi personaggi rappresentano il desiderio di un mondo pacificato.

Una donna con bambino in allusione alla maternità, l’uomo che porta sulle spalle un delfino in riferimento al rapporto con la natura e le forbici umanizzate che tagliano il serpente per esprimere la sconfitta del male.

La particolarità risiede anche nelle modalità di esecuzione: vennero coinvolti molti studenti del luogo, chiamati a campire le superfici. Una sintesi dell’opera di Haring guidata dalla perenne convinzione che:

‘’l’arte non è un’attività elitaria riservata al diletto di pochi, ma […] deve rivolgersi a tutti’’.

Alessia Ceci

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