Vi capita mai di pensare a un luogo della vostra infanzia? Uno di quei luoghi che nella vostra memoria è bloccato nel tempo? La vita lavorativa e i tipici impegni che bussano alla porta vi hanno impedito di farci ritorno per anni. Magari quel luogo di villeggiatura o quella casa al mare, adesso che vi siete ritagliati un momento per ritornarci, è totalmente diversa da come la ricordavate. In un primo momento appare deprimente, un tradimento della memoria. Ma se restiamo in ascolto, quelle venature profonde del legno ci dicono che la casa è viva. Ci confessa che ha resistito, che ha una dignità che la perfezione di vent’anni fa non aveva. L’umanità cerca di sfuggirvi, di rendere immortale anche ciò che non dovrebbe esserlo, ma la filosofia giapponese del Wabi-Sabi ci sprona ad agire diversamente. Va ben oltre l’estetica e il concetto visivo di imperfezione. È un invito ad accettare e accogliere il ciclo ineluttabile della vita.
Il diritto all’incompletezza
In un’epoca dominata dalla dittatura della performance e dal mito della crescita infinita, il Wabi-Sabi si trasforma in un atto di resistenza coraggioso. Ci sentiamo costretti a levigare ogni spigolo della nostra esistenza, a nascondere le fragilità e ad affrontare ogni decelerazione come un fallimento. Ma sforzarsi di applicare questa filosofia alla nostra quotidianità significa, prima di tutto, concedersi il diritto all’incompletezza. Accettare che una giornata possa non essere stata “perfetta” o produttiva non è segno di resa, ma di comprensione della nostra stessa natura. Proprio come le crepe nella ceramica formate da un imprevisto, anche il nostro aspetto o le nostre ambizioni hanno bisogno di respirare, di mutare e persino di fallire per acquistare significato. Imparare a lasciar andare ci consente di abitare il presente per quello che è: un insieme di frammenti che, seppur irregolari, restano preziosi. È questo il modo per accogliere l’imprevisto e il decorso del tempo, dando alla nostra stessa esistenza una sostanza unica.
Potrebbe sembrare semplice o naturale. Il tempo scorre silenzioso, ma questo non rende meno visibile il suo passaggio. Tuttavia, riuscire ad applicare questa filosofia quotidianamente e, soprattutto, su noi stessi non è scontato. Viviamo in una generazione patinata, omologati dallo stesso filtro o dallo stesso arredamento. Se da un lato questa uniformità ci fa sentire tutti uguali, dall’altro ci priva inconsciamente della possibilità di mostrare quello che è imperfetto. Se scegliessimo di guardarci allo specchio, senza filtro alcuno, potremmo notare quelle rughe sottili ai lato della bocca che ci spuntano quando ridiamo o il viso che cambia e ci ricorda quello di qualcuno che amiamo. Fuggiamo costantemente da ciò che ci ricorda che siamo vivi e, in particolar modo, profondamente diversi. Riuscire a osservare quel legno eroso con consapevolezza, abbandonando la tristezza e accettando la naturale evoluzione, può aiutarci a fare lo stesso con la nostra immagine.
Una storia che solo il tempo può scrivere
Se cercassimo con regolarità di attuare questa filosofia forse, quando torneremo in quel luogo della nostra infanzia, non vedremo più un legno deperito, ma una storia che continua a essere scritta. E forse, guardandoci allo specchio, potremo finalmente sorridere a quella ruga nuova, riconoscendola per ciò che è: l’oro che riempie le nostre crepe, rendendoci finalmente autentici.
Stefania Cirillo





