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La ct iraniana obbligata a rinunciare ai Mondiali a Cortina: “Lo sport non è ancora un lavoro per donne?”

‘Femminismi’ a parte, non stupirà sapere che una notizia riguardante una donna sia passata totalmente in secondo piano, rendendo il fatto di averla taciuta più grave del fatto stesso. E’ Samira Zargari la sfortunata protagonista: l’allenatrice della nazionale femminile iraniana di sci alpino è stata costretta, dal marito, a rinunciare ai Mondiali a Cortina, dove tutta la sua squadra si stava recando. A farlo sapere è stata ogni fonte di stampa consultabile nelle ultime ore, ma il silenzio e l’indifferenza sono ciò che al momento la circondano.

Questa è forse la dimostrazione di quanto siamo bravi con le parole, e poco con i fatti: bravi ad indignarci dinanzi alla sempre scarsa presenza di donne in qualsivoglia ambito decisionale, bravi a rivendicare quei diritti che sentiamo davvero nostri solo quando avvertiamo direttamente la minaccia che qualcuno stia provando a portandoceli via. Ma finché ‘non ci toccano’, finché i problemi sono degli altri – “che mi frega?” – una mano sulla spalla sarà più che abbastanza. E alzare la voce di certo non vale la pena. E’ per questo che continueremo a renderci implicitamente complici di gesti come quello che Samira ha subito: gesti che diventano macigni quando ci si rende conto che sono indotti quasi sempre dal rifiuto dell’accettazione di parità tra generi; quando la presenza delle donne viene messa costantemente a rischio solo perché risulta particolarmente scomoda in una società ancora troppo patriarcale. E anche se nella nostra bella Italia non esiste una legge come quella della Repubblica islamica – secondo la quale c’è bisogno del permesso del marito per ottenere un passaporto che, a sua volta, non garantisce piena libertà – non possiamo esimerci dal ritenerci vittime e, allo stesso tempo, ‘carnefici’ di questo malato sistema.

Quello del Mondiale di sci di Cortina era un appuntamento attesissimo dalla campionessa Zargari, che si è vista così calpestare un sogno, nonostante gli anni di impegno, allenamento, fatica, ma anche di vittorie, che l’hanno configurata come ct della squadra femminile di sci iraniana. E a fare più male è la consapevolezza che sia stata una scelta di vita – quella di sposare un uomo severo e intransigente – a infrangere il suo sogno. La fortuna di nascere in un posto che ti consenta di decidere chi amare – come farlo, e fino quando – non si dovrebbe dare troppo per scontato.

Questa mattina il Mondiale è iniziato proprio dall’Italia, con le sciatrici Federica Brignone e Marta Bassino (aggiudicatasi l’oro nel gigante parallelo), al fianco delle quali vi sono altre colleghe americane, slovacche e di qualsiasi altra nazionalità in cui la parità tra uomo e donna è data praticamente per assodata. Forse per questo nessuna di loro si è fermata un attimo a commentare la drammatica vicenda che le vede coinvolte anche solo per il fatto di essere delle donne, e non solo per lo sci. Fuori gara per un infortunio, Sofia Goggia, in difficoltà nell’evitare domande a riguardo, ha dichiarato: “Cosa può fare lo sport? Non saprei dare una risposta consona. Ci sono ancora delle restrizioni nei paesi islamici nei confronti delle donne. E’ una questione politica, è meglio non sposarsi finché si è atleti. Una scelta, dunque: è questo che una campionessa dovrebbe semplicemente fare per non rinunciare alla sua passione. Rinunciare ai sentimenti magari. Finché ti viene consentito, però.

Ha parlato eccome, invece, la sciatrice iraniana Forough Abbassi: “Non è la prima volta che succede. Abbiamo avuto lo stesso problema anche altre volte in precedenza. Ma vorrei che potessimo cambiarlo. Tutte le donne in Iran, tutte insieme, vorrei che potessimo cambiare tutto questo. Ci stiamo provando – ha detto – Sono sicura che le donne forti possono sicuramente cambiare queste regole e lei sarà più forte di prima. Siamo orgogliosi di lei, davvero”. L’Abbassi, inoltre, ci ha tenuto a sottolineare che il marito della Zargari è nato negli Stati Uniti e che “vive in Iran da cinque-sei anni. Dell’Iran conosce solo le regole”.

E’ questo quello che sarebbe bastato, in fondo, un semplice “proviamo a cambiare”, parole di umanità che possono diventare simboliche in un mondo, come quello dello sport, dove le donne faticano ancora ad imporsi. Perché le politiche discriminatorie, soprattutto nell’ambiente professionistico, sono sempre più incisive, e quando colpiscono, non trovano neanche solidarietà di genere. Per questo è importante alzare la voce, esclamare dissenso, come ha fatto l’ex campionessa Isolde Kostner che ha afferamto: “Le donne a Cortina dovrebbero indossare qualcosa, un nastro, un fiocco, scelgano loro il colore ma il rosa o il giallo per me vanno bene; il segnale deve arrivare in Iran agli uomini, alla federazione, ma soprattutto a lei che non può essere qui a fare il suo lavoro per una errata interpretazione della sharia. La vicenda di Samira Zargari – ha continuato nella sua dichiarazione all’agenzia Ansa – mi tocca il cuore perché ho letto molto della situazione che vivono lì le donne. In fondo quanto accaduto all’allenatrice non mi meraviglia: in Iran gli uomini si basano sulla sharia, ma su una errata interpretazione. Perchè la sharia non dice che le donne debbano essere sottomesse. Loro la interpretano così e questo ne è un chiaro esempio”. Dunque, secondo la Kostner, l’importanza di “un nastro o un fiocco”, un gesto semplice probabilmente non cambierà le cose in Iran, “Però è importante mandare messaggi di questo tipo”.

Alla luce della vicenda, Giampietro Ghedina, sindaco di Cortina, si è espresso dichiarando: “Non valuto usi, costumi o norme di altri Paesi, però stiamo ospitando un evento prima di tutto sportivo, che vuole accogliere i popoli di tutto il mondo e dare l’opportunità di confrontarsi. L’attività sportiva dovrebbe unire i popoli e le genti, più che creare divisioni. Rispetto per le regole e le religioni altrui, però dispiace. Di solito lo sport è qualche cosa che unisce, non che divide”.

“Qualcosa che unisce, non che divide”: ecco, queste sono le parole che dovremmo tenere a mente ogni volta che ci rendiamo conto di un’ingiustizia che potrebbe essere stata tranquillamente fatta a noi, e che dovrebbe indignarci anche se è ben lontana da tale ipotesi, perché la libertà acquista ancora più valore quando siamo costretti a sentirci fortunati di esserlo. E la voce di tutti può cambiare la voce del singolo, anche a migliaia di chilometri di distanza.

Francesca Perrotta

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