Sonia Bruganelli ha affidato alle Instagram stories un appello alla donazione degli organi, nato dall’esperienza vissuta al Bambin Gesù di Roma insieme a Silvia Bonolis, la figlia ventenne avuta dall’ex marito Paolo Bonolis. Un appello che non è un comunicato, ma una confessione: il frutto di notti trascorse in corsia, di amicizie nate in un posto «dove i bambini non dovrebbero vivere mai»

Il 10 maggio scorso, nel giorno della Festa della mamma, Bruganelli aveva comunicato il ricovero della figlia senza rendere noti i dettagli. Due mesi dopo, Silvia è stata dimessa e la famiglia ha potuto tirare il fiato. 

Il ritorno a casa ha coinciso con un gesto inatteso: non solo foto di sollievo sui social, ma un lungo video-appello. «Io credo che nel 2026, in un’epoca in cui tutto sta diventando sostituibile dall’intelligenza artificiale», ha detto Bruganelli, «l’unica cosa che non è sostituibile è il nostro corpo, i nostri organi, il nostro cuore, e poi fondamentalmente quello che è la nostra coscienza». Da lì, la riflessione si fa più densa. «Donare gli organi quando non sono più dentro il corpo, il corpo che li contiene non esiste più, mi sembra un atto di civiltà e rispetto per la vita».

L’imprenditrice si sofferma sull’ostacolo culturale che frena tanti: «Forse ci lasciamo fuorviare dall’idea dell’integrità del corpo, di pensare che sia importante e giusto mantenere un corpo integro anche dopo la morte, specialmente magari quando il corpo è un corpo purtroppo giovane». Ma poter salvare la vita di una bambina, un bambino, una donna, un ragazzo — insiste — «è un gesto di civiltà. L’unica cosa che può dare senso magari a una morte prematura».

A rendere concreto l’appello sono le immagini che Bruganelli porta con sé: i giorni trascorsi in corsia, il telefonino aperto sulle notizie di cronaca nei rari momenti di tregua. «Mi sono trovata più volte — quando Silvia stava un pochino meglio e magari potevo rilassarmi col telefonino — a leggere di notizie di cronaca. Le leggiamo tutti i giorni, dove ragazzi giovani avevano un incidente e non ce la facevano». E in quei momenti, il pensiero correva in un’unica direzione: «Mi sono ritrovata a dire “magari arrivano degli organi, magari arriva un cuore”». Perché Silvia, in quei due mesi, aveva conosciuto altri bambini. Aveva costruito amicizie in «un posto dove le infermiere sono abituate a compiere le manovre più difficili e pericolose sempre col sorriso, un posto dove ogni mamma diventa mamma del proprio bambino e di qualsiasi altro bambino, magari per dare un po’ di respiro a qualche mamma che è sola».

Bruganelli chiude con una precisazione e con una promessa: «Silvia non ha subito un trapianto di cuore, ha avuto un importante intervento ma non un trapianto». E poi: «Noi faremo tesoro ogni giorno di ciò che abbiamo imparato qui al Bambin Gesù, però voi aiutateci a comprendere che è importante se nel disastro e nel dolore nella morte si può regalare una vita a tutti quelli che sono in ospedale».