Cultura

La Grotta della Poesia: la piscina naturale più antica del Sud Italia e i Messapi

Viene considerata, da turisti e studiosi, una delle dieci piscine naturali più belle del mondo: si tratta della Grotta della Poesia e si trova nel Sud Italia, nella regione Puglia.

La scoperta di questo sito archeologico situato sul mare avvenne nel 1983, ad opera dell’indimenticato Prof. Cosimo Pagliara, docente universitario che fu tra i fondatori del Dipartimento e della facoltà di Beni Culturali dell’Università del Salento. Pagliara, in compagnia di un amico, intraprese, a bordo della sua barca, una perlustrazione del sito archeologico di Roca Vecchia, in provincia di Melendugno, in seguito al crollo della volta della Grotta a causa dell’erosione, evento che aveva destato la loro attenzione. Da lì, una serie di lavori, portati avanti dallo stesso archeologo, permisero il recupero dell’area.

Veduta panoramica dell’area archeologica di Roca Vecchia, foto dal web.

L’importanza archeologica della scoperta di questa grotta è dovuta alle iscrizioni incise nel perimetro interno, per un’altezza di circa otto metri: testi, segni, graffiti in lingua messapica, greca e latina, che valsero a dare, al sito di Roca, l’appellativo di “Stele di Rosetta del Salento”. Le evidenze più antiche, maggiormente danneggiate dall’ingressione marina, sono concentrate nella fascia inferiore. Bisogna dire, a tal proposito, che in realtà il complesso archeologico presentaa due Grotte: una denominata della Poesia Piccola e l’altra della Poesia Grande (inserite nel Catasto delle Grotte della Puglia rispettivamente con il numero Pu127 e Pu128), costituenti un unico complesso carsico articolato in tre ampi vani, di cui due con volta in gran parte crollata; queste  hanno la base sommersa e comunicano sia con il mare che tra loro, attraverso gallerie e cunicoli a tratti sommersi dall’acqua. Le due stanze direttamente comunicanti con l’esterno hanno pianta ellittica, con assi maggiori compresi tra 25 e 50 m (Forti,1985; Onorato et al., 1999).

Il nome attribuito al complesso archeologico, ovvero “Grotta della Poesia”, contrariamente alle aspettative, deriva dal termine greco-medievale pósis, con riferimento alla presenza in antico di una sorgente d’acqua dolce che in antichità vi sgorgava all’interno.

In origine asciutta, buia e accessibile anche da terra, ad oggi la Grotta della Poesia Piccola è invasa dal mare nella parte bassa ed aperta verso l’alto a causa del crollo della volta. Le rappresentazioni ritrovate riguardano graffiti di mani e piedi, figure zoomorfe ed antropomorfe ed iscrizioni che vanno dall’età neolitica fino al III-II a.C. Uno dei motivi figurativi più importanti, di probabile matrice egea, è quello dell’ascia bipenne e del bucranio. Di epoca più recente le iscrizioni votive realizzate prevalentemente in lingua messapica e latina, in rari casi anche in lingua greca. Le epigrafi, datate tra la metà del IV e la fine del II sec. a.C., si rivolgono, in gran parte, alla divinità maschile indigena Thaotor Andirahas,  forma traslitterata nel latino Tutor Andraios, considerato il dio degli Inferi. Di questo complesso si conoscono ad oggi 21 testi, tutti riportati dalla studiosa Simona Marchesini nel suo lavoro dal titolo “Epigrafi messa piche nel  Salento”.  Tra questi, molto noto è quello tradotto dalla Università newyorkese di Cornell, che recita:

                                                       « Ascolta Zeus, Dekias Artahias

                                           che va al dio degli inferi Thaotor… … »,

Iscrizioni interne alla Grotta della Poesia, foto dal web.

In questo caso, l’invocazione al dio Zeus, reso con il nome di Zis,, si verifica mediante il verbo esortativo Klauhi, che deriva dal verbo greco κλύω, cioè “ascoltare”. Dekias corrisponde invece al nome (come in latino “Decio”) e Arthaias indica un genitivo patronimico suffisso in –as. Thautouri è il dio degli Inferi sopra citato, al cui nome è accompagnato l’aggettivo andirahho, che deriva dal greco –ndher, cioè “sotto”.

Nei testi di età repubblicana, gli unici integralmente traducibili, i dedicanti, come appena visto, formulano una richiesta d’aiuto al dio, accompagnata quasi sempre dall’elenco dei beni promessi (vino, bestiame etc.), in cambio della protezione. Il parziale allagamento della cavità ha comportato la dispersione del deposito archeologico originario, impedendo di stabilire se al suo interno si svolgessero altre attività di culto come deposizioni di vasellame o sacrifici animali.

È interessante, a proposito delle lettere componenti l’alfabeto messapico, il fatto che il suono vocalico [u] sia totalmente assente nella gamma di vocali, mentre è presente il grafema del tridente a base quadrata, che foneticamente sta ad indicare il suono intermedio fricativo tra la vocale e lo jod successivo.A proposito di quest’ultimo, occorre tener presente che la lingua messapica, ereditando un sistema alfabetico per molti versi identico a quello greco, portò con sé, tra gli altri, anche il vau o digamma e lo jod. Un’altra lettera di derivazione greca è il qoppa, che corrisponde al suono della consonante labiovelare kw– (italiano quando, questo) e che rimase nell’uso solo per indicare graficamente il numero 90, in lingua greca; il suono kw,  infatti, nella lingua greca non esiste.L’alfabeto messapico è costituito complessivamente da 26 lettere, ognuna delle quali mostra diverse

L’alfabeto messapico è composto da 26 lettere, ognuna delle quali mostra diverse varianti in base al periodo di riferimento.

Ma chi erano, in realtà, questi Messapi?

Etimologicamente, le due accezioni del termine “Messapo” riguardano rispettivamente il concetto di “popolo” (o “terra”) “tra i due mari” (il Mare Ionio e il Mare Adriarico), derivante dal suono “ap“, che fa riferimento all’acqua anche nelle parole “Iapigi” e “Apuli”, e quello di “domatori di cavalli”, arte nella quale i Messapi erano particolarmente abili. A tutt’oggi, infatti, la Puglia e in particolare il Salento vantano una vasta produzione di carne di cavallo, di olio e di vino, che sono tutti e tre eredità del patrimonio culturale dei Messapi, che erano abiti allevatori e agricoltori.

Mappa dell’antica Messapia, foto dal web

Alcune ipotesi, attestate da Erodoto nelle sue “Storie”, suggeriscono che questo popolo provenisse da Creta e che fosse sbarcato sulla costa salentina in seguito a un naufragio.

Essi furono una popolazione, dunque, non solo antecedente agli Iapigi, ma anche ai Greci e ai Romani, tanto da essere considerati tra i primi abitanti della Puglia, stanziatisi nella zona di Cavallino (sede di pubblicazione di numerose bibliografie riguardanti questa civiltà) e Oria.

Con l’insediamento dei Messapi in Salento, ebbe luogo un forte processo di civilizzazione, che soppiantò gradualmente il sistema di tribù che abitavano nelle capanne sin dall’Età della Pietra, per dare vita a un nuovo sistema di abitazioni e città, con le edificazioni delle note “capanne messapiche”, ben più resistenti di quelle di epoca precedente, costruite in muratura a secco e sormontate da un tetto di paglia e di canne.

Capanna messapica nel Salento odierno, foto dal web.

La struttura delle città-stato messapiche rimandava a quella tipica delle «simmachie greche», alleanze militari temporanee create per fronteggiare le singole guerre, per poi essere sciolte al termine del conflitto ridando ogni polis la propria autonomia gestionale e politica; più città-stato erano governate da un solo re e «Questo giustificherebbe la presenza di nomi simili tra i regnanti delle diverse città: Arthas, ad esempio, sembra sia stato un re di Ugento ma, anche di Ceglie Messapica».

I Messapi vengono descritti dalla tradizione storiografica come un popolo di natura pacifica, ad eccezione dei casi in cui dovevano difendersi da popolazioni di invasori quali i Tarantini, i Reggini e i Romani. Le armate di cavalleria messapiche sono definite tra le più potenti dell’antichità, in grado di fronteggiare e fermare anche Alessandro Magno durante la sua campagna di espansione verso occidente e di difendersi dai Romani tenendoli lontani dal loro territorio per più di due secoli. Nel 473 a.C., in particolare, si ricorda quella che fu la più grande vittoria dei Messapi.

Questo episodio aveva decretato la rottura dell’asse Taranto-Reggio lungo il versante ionico, permettendo ai Messapi di difendere la costa da politiche di colonialismo da parte delle due città. Taranto si  trovava ormai circondata da un lato dai Messapi e dall’altro dalla colonia ateniese di Turii, del cui gruppo di colonizzatori fece parte anche Erodoto.

Il guerriero messapico Arhtas, invece, viene spesso citato a proposito del suo talento diplomatico e militare, come nel riferimento al 473 a.C., quando gli Spartani, in seguito alla nota “Battaglia dei 300” contro il persiano Serse, avevano fondato la città di Taranto e poi, nel tentativo di espandere il proprio dominio ancora più a Est rispetto alla città fondata, avevano subito una dura sconfitta da parte del principe Arthas, che era stato supportato, nella sua campagna di resistenza per la salvaguardia del territorio messapico, dai Peucezi e dai Dauni. «Mai fino ad allora un piccolo popolo, come quello dei Messapi, fu in grado di sconfiggere i Greci. E da allora Arthas fu chiamato “Il Grande” »,, ci dice Vincenzo Scarpello in un suo articolo, raccontandoci che la battaglia «Fu memorabile e cruentissima: da un lato la falange spartana dei tarantini, con le fanterie ausiliarie degli alleati, e dall’altra la cavalleria messapica con le fanterie pelasgiche ed alleate».

Illustrazione di Arhas il grande, foto dal web

Quell’episodio, che segnò la fondazione della città di Taranto nonché l’inizio delle ostilità tra quest’ultima ed il popolo messapico, non rimase un caso isolato nella loro storia conflittuale

Purtroppo, successivamente alle guerre Sannitiche, alle quali presero parte gli stessi Messapi in funzione anti-romana, il dominio di Roma colonizzò tutto il Sud Italia, portando alla progressiva estinzione delle civiltà preesistenti.

Attualmente, la Grotta della Poesia è meta assidua di visitatori che accorrono per ammirare il paesaggio,  e fare i tuffi nella famosa piscina (fenomeno, quello dei tuffi, che fino ad ora ha causato non pochi incidenti, talvolta anche mortali). Regolamentare il flusso turistico ai siti archeologici continuando a garantire l’accesso gratuito ai visitatori e tentare di arginare i fenomeni erosivi ed i crolli negli ipogei e nella falesia di Roca sono due tra le priorità che l’amministrazione comunale ha dichiarato di voler affrontare sin dal mese di settembre 2017. Il sindaco di Melendugno ha previsto una serie di incontri con tutti gli operatori e le associazioni per mettere a punto i vari interventi per una gestione virtuosa delle località archeologiche di Roca. Per quanto riguarda, invece, i problemi dovuti ai frequenti crolli di blocchi di roccia che hanno interessato la falesia di Roca Vecchia e gli ipogei delle Grotte della Poesia  le ricerche condotte dal Gruppo Speleologico Neretino di Nardò (Lecce) hanno evidenziato i differenti processi dovuti alle azioni carsiche attive all’origine dei fenomeni gravitativi. In particolare, il mescolamento delle acque dolci meteoriche e di falda con quelle marine è causa di ipercarsismo chimico, molto aggressivo sul calcare.

A Cosimo Pagliara, scomparso nel 2015, resterà sempre il merito di aver scoperto e recuperato una delle meraviglie archeologiche inestimabili del Sud.

GIORGIA MARIA PAGLIARO

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