“Odio ed amo. Perché lo faccia, mi chiedi forse. Non lo so, ma sento che succede e mi struggo”.

Un carme Catulliano che rispecchia perfettamente il binomio di amore e di odio, presente nella vicenda dei Roses.

“La guerra dei Roses” è il titolo di un romanzo di Warren Adler del 1981, successivamente pellicola “cult” per la regia di Danny De Vito, con Michael Douglas e Kathleen Turner. Attualmente in scena al Teatro Eliseo in Roma, per la regia di Filippo Dini, con attori di alto livello come Ambra Angiolini, Matteo Cremon, Massimo Cagnina ed Emanuela Guaiana.

La storia dei coniugi Rose, è la storia di un divorzio violento e macabro, in chiave ironica, folle, esaltante. Entrambi raccontano a ritroso, in una sorta di viaggio psicanalitico, la loro vicenda ai rispettivi avvocati. Quest’ultimi potrebbero esser letti come enti metafisici, come coscienze interiori dei protagonisti, come analisti alle prese di una seduta. 

Un amore adolescenziale, unito per sempre, nella buona e nella cattiva sorte, da due statuette prese all’asta in campagna. Inizialmente uno scenario idilliaco; Lei indossa abiti dimessi e color pastello. Lui è un avvocato in erba, spensierato ed intraprendente. Una panchina stile “Romeo e Giulietta”, dei fiori fiabeschi ed un bacio cinematografico, sono la cornice perfetta per la genesi di questo sentimento.

“Pánta rheî” affermava Eraclito. Tutto scorre. La clessidra scandisce il tempo e lo fa scorrere. Il fluire delle stagioni della vita, muta il loro amore e lo fa diventare feroce e dannato. Lo trasforma in mero odio, in cattiveria reciproca. Inizia questo girone Dantesco dell’odio coniugale; carte del divorzio, avvocati inferociti con le tasche colme, pianti disperati e risate isteriche.

Lei vuole riscattarsi, vuole riprendersi proprio quella parola che viene reiterata più volte, un pronome personale che non aveva mai preso in considerazione, “IO”. E’ sempre stata una moglie obbediente e fedele, religiosamente sottomessa alla routine casalinga dinanzi ad un marito con una trionfante carriera da avvocato e fin troppo concentrato nel proprio mestiere. Barbara- nome della protagonista– vuole riprendersi il proprio ego, la propria personale rivincita sulla vita. Finalmente riesce ad aprire quella tanto desiderata impresa di catering, ritornando al suo primordiale amore ovvero la cucina.

Il tempo scorre, il vestiario è cupo, è antitetico, bianco e nero, odio e amore. Una sottilissima linea separa questi due sentimenti, contrastanti ma confinanti. Quei due là, separati non potrebbero esistere. Ed anche se lei odia le sue orchidee, i suoi maledetti vini, il suo cane Benny ed il suo maleodorante formaggio in frigo, priva di ogni suo elemento, Barbara senza Oliver non potrebbe vivere. 

La morte del loro amore, condannato agli inferi, è un dramma quasi metafisico, nel quale si allude ad una realtà trascendente, ad un dialogo fra terra e cielo, fra terra ed inferno. Un dramma in chiave ironica e comica, dal finale funesto intriso di luce rossa. Rossa come l’eros, rossa per il sangue versato verbalmente e fisicamente in questa vicenda, Rossa come le viscere dell’inferno che li attende.

Cast eccezionale, dalla recitazione pura e veritiera dell’Angiolini ad un divertente Massimo Cagnina, che come l’eroico Ulisse dal multiforme ingegno non lascia nulla al caso, diventando così l’uomo dalle multiformi vesti. Il tutto incorniciato da una scenografia elegante e geniale che rispecchia in modo assoluto le anime di questa coppia: una vita fastosa che si distorce nel caos.