Dal 25 febbraio al 2 Marzo ha debuttato sul palcoscenico del teatro IndiaLa leggenda del santo bevitore”, la poetica novella di Joseph Roth sulla vita del senzatetto Andreas Kartak, che nel 1939 fece breccia nel cuore dei lettori di tutta Europa. A interpretare il celebre vagabondo ubriacone il maestro Carlo Cecchi, grande innovatore del teatro italiano e vincitore del david di Donatello. Lo supportano Claudia Grassi e Giovanni Lucini, per la regia di Andrée Ruth Shammah.

La leggenda del santo bevitore al teatro India: trama e scelte registiche

ph: teatrostabiletorino.it

Il pretesto narrativo con cui parte lo spettacolo è molto semplice, quasi didascalico. Una donna si trova in proscenio, seduta al tavolo di un immaginario caffè parigino: trova un libro, lo apre e lo legge. E’ la “Leggenda del santo bevitore”, un romanzo polisemico, inesauribile. Poi si fa luce e sulla scena c’è un uomo, che Andrée Ruth Shammah identifica in Joseph Roth. Si confida con un altro signore, che probabilmente è un barista di sua antica conoscenza. Gli rivela che sta finendo di scrivere una novella su un bevitore come lui, un po’ buontempone un po’ bonaccione, che si chiama Andreas.

Nell’alternarsi di piani narrativi, il protagonista ora diventa Andreas, che vive sotto i ponti della Senna da quando è uscito di prigione. Una sera incontra lungo il fiume un elegante signore che forse ha bevuto e gli regala generosamente 200 franchi, a patto che un giorno li restituisca portandoli nella chiesa di Santa Maria di Batignoles alla giovane Santa Teresa di Lisieux. Andreas cerca per più giorni di tener fede alla promessa, ma come tutti gli uomini casa e chiesa, viene fregato nel tragitto.

Ogni volta succede qualcosa che lo distrae, la vita lo porta per un altra strada, che comunque poi finisce sempre con un nuovo miracolo, col fargli riguadagnare i soldi che gli servono e anche molti di più. Ora incontra la sua vecchia fiamma Caroline, ora trova fortunosamente un nuovo lavoro, ora un vecchio amico vuole scroccargli da bere… Finché una domenica sta per recarsi davvero in chiesa, ma ha un malore e muore, senza aver ultimato la sua redenzione.

L’idea della regista è quella di identificare il personaggio con il suo autore. E per farlo convince Cecchi a calarsi nella doppia veste di narratore e personaggio narrato allo stesso tempo e nello stesso spazio. Il pubblico vede un autore che legge ciò che ha scritto e che diventa, in qualche modo, quello stesso personaggio che racconta. Del resto, Roth è realmente morto poco dopo aver terminato la sua opera, uscendo da un bistrot. La terza persona ha una voce spiccatamente chiara, affabulatrice e disincantata, e la raffinata interpretazione dell’attore dà uno spessore culturale inedito al personaggio del senzatetto.

Il passato che ritorna e una conversione che tarda a venire

Il passato di Andreas non è di quelli felici: emigrato nelle miniere del Quebec per lavorare, uccide il marito violento della sua amante e passa diversi anni in carcere. Questo passato torna ciclicamente, sotto forma di proiezioni fantasmatiche dovute alla dipendenza dall’alcool e all’inettitudine stessa di Andreas. Il destino lo mette alla prova di continuo, e lui di continuo soccombe, ma non demorde. Anche la storia d’Europa ritorna, ma solo come suggestione di poca importanza. Molto più impattanti sono le figure della vita privata del protagonista.

Andreas è fragile, spassionato e rassicurante, nel suo continuo riconoscere frammenti del passato in tutto ciò che vede. Tuttavia è anche profondamente rassegnato allo scorrere del tempo, e l’onore che lo spinge a onorare la parola data ha più il sapore di una personale battaglia donchisciottesca che non di un’autentica conversione interiore.

Lorenzo La Rovere

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