Cronaca

La persecuzione dei Rohingya in Myanmar ed il silenzio di Aung San Suu Kyi

Da agosto in Myanmar è ripresa la persecuzione contro la minoranza musulmana dei Rohingya, mentre il premio nobel San Suu Kyi tace al riguardo.

Nell’agosto appena passato le operazioni militari delle forze di sicurezza del Myanmar (ex Birmania) contro la minoranza etnica dei Rohingya hanno ripreso vigore. Il 27 agosto, il governo birmano aveva annunciato che negli scontri dei tre giorni precedenti erano morte 98 persone, di cui 80 ribelli Rohingya. Gli scontri vanno avanti da mesi, ma è dal 24 agosto che hanno subito un’accelerazione, cosa che ha spinto numerosi membri della minoranza etnica alla fuga verso il Bangladesh.

I Rohingya sono una minoranza etnica tra le più perseguitate al mondo. Musulmani in un paese a larghissima maggioranza buddista, sono circa un milione e vivono prevalentemente concentrati nello stato di Rakhine. La persecuzione attuata dal governo birmano nei loro confronti è palese, e l’odio nei loro confronti affonda le sue radici nell’epoca della colonizzazione britannica dell’area.

Essi sono infatti arrivati nell’odierno Myanmar dopo il 1823, al seguito dell’occupazione coloniale. In virtù di questo, il governo nel 1982 li privò della cittadinanza birmana, trasformandoli di fatto in apolidi. Non hanno il diritto di voto, ed in quanto non cittadini hanno grosse difficoltà nell’accedere ai servizi basilari come l’istruzione, la sanità e la proprietà di terreni o altri beni. Inoltre, sono proibiti i matrimoni interreligiosi, e vi è un limite di due figli per coppia. Nel 2016, ai Rohingya è stata ritirata anche la carta d’identità temporanea, rendendoli completamente apolidi (non appartenenti, cioè, a nessuno stato).

I profughi ormai sono nell’ordine delle centinaia di migliaia (400.000 per la precisione sono i rifugiati Rohingya in Bangladesh). In questo disastro umanitario, che si può definire senza timore di sbagliarsi una pulizia etnica, quello che colpisce è il silenzio del premio nobel per la pace Aung San Suu Kyi. Anzi, in diverse occasioni, non ha esitato a denunciare la mole di disinformazione circolante a livello internazionale sull’argomento. In un’altra occasione non ha avuto remore nel definire i Rohingya “terroristi” (dato che una parte di essi ha imbracciato armi contro le forze governative). Perché?

Possiamo formulare diverse ipotesi, che non si escludono a vicenda. Megan Specia, sul New York Times, ha indicato  il fatto che San Suu Kyi non possa opporsi al potere dei militari, poiché questo potrebbe rappresentare uno stop alla lenta transizione del paese verso la democrazia (i militari hanno ancora un forte peso nel governo, e potrebbero riprendere per intero il potere senza grosse difficoltà). Come ha scritto Bernard Guetta Su Internazionale«Aung San Suu Kyi non può sorvolare sulla morte dei soldati birmani senza fare il gioco dei generali. Cammina su un filo sottile in una Birmania che è un mosaico etnico la cui unità è estremamente fragile».

Altre ipotesi sono meno benevole nei confronti del premio nobel. Per esempio, il suo silenzio potrebbe essere dovuto ad un puro e semplice calcolo elettorale: i Rohingya sono molto odiati da decenni, e prendere posizione apertamente a loro favore potrebbe costare molto caro  – politicamente parlando – ad Aung San Suu Kyi. O, ancora, molto semplicemente, potrebbe condividere lei stessa l’odio contro la minoranza Rohingya, essendo comunque figlia della complessa società birmana e dei suoi rapporti non sempre idilliaci tra le varie fasce della popolazione. Quest’ultima ipotesi è forse la più difficile da accettare, ma non sarebbe nemmeno tanto peregrina.

La leader ha annunciato che terrà un discorso alla nazione sulla necessità di cercare la pace e la riconciliazione. Nel frattempo, la pulizia etnica procede a ritmo serrato.

Lorenzo Spizzirri

 

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