Cultura

La Prima Donna: la recensione

La prima donna di Tony Saccucci è stato presentato ieri al Teatro dell’Opera di Roma. Tante le personalità del mondo politico e culturale presenti all’anteprima mondiale del docufilm che rientra nelle preaperture della Festa del Cinema di Roma (17-27 ottobre).

ufficio stampa Festa Del Cinema

Grande serata all’insegna del cinema e della musica classica: ieri, infatti, è stato presentato il docufilm “La prima donna” di Tony Saccucci, già vincitore di un Nastro d’Argento per “Il pugile del duce”. Grande partecipazione di pubblico e personaggi del mondo politico, istituzionale e culturale tra cui Bruno Vespa, Luca Bergamo, Marianna Madia, Lunetta Savino e Antonio Monda. A presentare l’evento Laura Delli Colli, Carlo Fuortes e il regista.

Trama

La vicenda dimenticata e ritrovata di Emma Carelli: diva assoluta del teatro d’opera, osannata in tutto il mondo, e anche una delle prime donne manager italiane, direttrice del Teatro Costanzi (l’odierno Teatro dell’Opera di Roma) dal 1912 fino al 1926. Popolarissima e insieme innovatrice, carattere indomito ed emancipato: troppo, per una donna in quegli anni. Arrivata al culmine della considerazione pubblica, Emma Carelli inizia durante il fascismo a subire contraccolpi nella sfera personale e quella pubblica. Nell’Italia che si avvia verso il regime autoritario, il governo toglie a Carelli il suo teatro e il suo uomo le toglie l’amore. Muore in maniera cruenta nel 1928, l’anno che registra il maggior numero di donne suicide nella storia d’Italia. La sua storia, di disparità e violenza di genere, nascosta negli archivi per decenni, torna alla luce con questo film.

 

Recensione

Tony Saccucci racconta la storia di Emma Carelli, interpretata da una formidabile Licia Maglietta, attraverso materiali d’archivio, come per esempio giornali dell’epoca e video di cinema muto con la voce fuori campo di Tommaso Ragno. Spesso, però, le immagini sono incentrate sulla storia del nostro paese, piuttosto che sulla vita della Carelli. Le altre figure, come quella del marito Walter Mocchi, sono di secondo piano tanto da non parlarne più da un certo punto del racconto.

Il suono e la musica sono due elementi fondamentali in questo progetto: troviamo una parte di musica classica, con brani ben scelti, e una parte di musica jazz che però, in molte occasioni, appesantiscono la narrazione.

Nel complesso, il docufilm è lineare e pulito grazie soprattutto al montaggio affidato a Chiara Ronchini. La Maglietta è convincente nell’interpretare una donna indipendente e forte in un periodo in cui dominava il patriarcato e la figura femminile, soprattutto nel mondo del lavoro, non era valorizzata. Tra le scene più rappresentative possiamo sottolineare la rivendicazione di indipendenza della Carelli ( “La Carelli in teatro non è la moglie di nessuno. le basta essere quello che è”) e l’inquadratura finale con lei al volante che perde il controllo della guida.

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