“Oh, here we go again…”, citando Taylor Swift, ci risiamo. Ecco l’ennesima shitstorm, condita di molestie sessuali, comportamenti inadeguati, cancel reputation, bullismo e odio che colpiscono una donna. Stavolta ha colpito Blake Lively, la It girl per eccellenza, che fino a pochi mesi fa era adorata dalla qualunque, attrice di successo, stella del Met Gala, paladina dei diritti dei minori contro l’esposizione sui social e sui giornali, moglie perfetta (a detta dei suoi detrattori grande capitalista, ma chi non lo è). Oggi detestata, cancellata, costretta a venire meno alle sue apparizioni in pubblico e in Tv, perché è la più odiata in tutto il mondo: ma perché?
Come trasformare Blake Lively nella mean girl perfetta

Perché il web, durante il press tour del suo film It Ends With Us, è totalmente insorto contro di lei, additandola come frivola, mean girl, capitalista sfruttatrice del suo momento per lanciare la sua linea Blake Brown (cosa non così insolita, sono pratiche marketing già viste e riviste), non adeguata nei confronti del tema del film che lei stessa stava promuovendo, lasciando parlare solo i fiorellini della protagonista, e non la tematica terribile della violenza domestica. Mentre la sua co-star e regista Justin Baldoni si era fatto advocate della tematica, parlando solo di violenza domestica, e isolato rispetto al resto del cast. Nessuno ha mai fatto una foto con lui. Nessuno ha avuto contatti con lui diretti durante il press tour. Nemmeno la scrittrice e autrice del libro Collen Howeer. Questa è la panoramica, questo è il contesto.
Sin dall’inizio tutta la questione Blake Lively e la diffusione di odio massivo sui social (soprattutto su TikTok) senza precedenti durante il press tour di It Ends With Us, era sembrata davvero qualcosa di un po’ troppo crudele. Quasi creata a tavolino… Che l’attrice potesse non piacere, che le sue vibes potessero essere fraintendibili, okay, siamo liber* di pensare quello che vogliamo. Ma la cattiveria verso Blake Lively è andata davvero oltre.
L’accusa di molestie sessuali di Blake Lively e la ricostruzione del New York Times
Nei giorni scorsi le cose, però, si sono fatte più chiare. Blake Lively ha denunciato Justin Baldoni (co-star e regista di It Ends With Us) per molestie sessuali e per aver architettato una campagna social massiva per screditarla. In allegato, un file da 80 pagine pieni di screenshot, prove abbastanza agghiaccianti, che rivelano come Baldoni e il suo team PR abbiano messo su una vera e propria “cancel strategy”: obiettivo distruggere la reputazione di Blake. La Sony, che distribuisce il film, a sua volta ha accusato Baldoni di “manipolazione sociale” e di una vera e propria “character assassination”. Molti si sono chiesti: ma perché non si è fermata prima. In realtà come prova del clima ostile e tossico sul set, Blake aveva inoltrato 30 richieste messe nero su bianco dai suoi avvocati addirittura il 4 gennaio 2023, prima di tornare a registrare dopo lo stop per lo sciopero degli sceneggiatori, indirizzate sia a Baldoni e a Jamey Heath, amministratore delegato di Wayfarer e produttore del film. Blake aveva chiesto esplicitamente la presenza di un intimacy coordinator nelle scene di sesso, di non non aggiungere scene esplicite oltre a quelle previste dal copione ed evitare “baci improvvisati” in particolare a Justin di “non mordere e succhiare il labbro inferiore della signorina Lively” durante i baci di scena. “Tutti coloro che lavoravano alle scene intime devono essere professionisti assunti pre-approvati da Lively, non “amici” del produttore o del regista”, tra i punti della lista “tutti sono invitati ad evitare di chiedere il peso di Lively al personal trainer o di entrare senza preavviso nel camerino mentre allattava suo figlio”. Tutte richieste lecite per mantenere un ambiente safe, che in realtà in questi mesi erano sempre raccontate come “richieste assurde da primadonna”.
L’accusa di cancel reputation
La seconda parte parla della campagna diffamatoria che secondo Lively, Baldoni avrebbe messo in piedi contro di lei. A quanto riportato, dopo la decisione di Blake, del resto del cast e di Colleen Hoover, autrice del romanzo da cui è tratto il libro, di allontanarlo durante il tour promozionale, Justin avrebbe ingaggiato un’agenzia di pr e crisis management con un solo obiettivo: cancellare la reputazione di Blake Lively. E quello che abbiamo visto in questi mesi è stata effettivamente una campagna diffamatoria via social per screditarla, comprendendo la circolazione di fake news, ingaggiando hater per fomentare odio.
“You know we can bury anyone”
“You know we can bury anyone”, dice, in uno degli scambi mail inquietanti, la crisis management expert di Justin Baldoni, Melissa Nathan (che possiamo leggere sul The New York Times). Ma alla fine qual era il motivo per cui Baldoni doveva cancellare Blake Lively? Intimidire l’attrice, crearle terra bruciata attorno, e far sì che non denunciasse le molestie sessuali e l’ambiente di lavoro malsano che si era creato sul set (non solo a causa di Baldoni, ma anche del produttore James Heath).
E addirittura si è finalmente scoperto che anche le critiche riguardo la superficialità di Blake Lively sulla promozione del film riguardo DV, in realtà era qualcosa deciso dalla Sony, e lei, così come tutto il cast, era sotto contratto, e doveva attenersi rispetto a ciò che la campagna promozionale voleva. Preferivano rimanere su un tono leggero, concentrandosi sulla resilienza del personaggio principale, che sul fatto che fosse una sopravvissuta. Decisione di cui era perfettamente d’accordo la stessa scrittrice. La decisione era opinabile? Beh, sì.
Blake ha commentato così tutta la vicenda: “Spero che la mia azione legale possa alzare il velo su queste sinistre tattiche di ritorsione con cui si minacciano le persone che denunciano atteggiamenti inappropriati”. Il suo commento ci fa capire ancora più a fondo il modus operandi, sì contorto ma efficace: screditare una persona ci permette di provare a toglierle la voce. Se io tolgo valore alla tua persona, inevitabilmente tutto ciò che dirai non varrà niente. Quindi i risultati potevano essere due: o intimidirla talmente tanto da non denunciare. Oppure, in caso di denuncia, sperare che nessuno le credesse. Inoltre Justin Baldoni, nel corso del tempo, si era creato l’immagine del perfetto femminista, l’uomo dalla parte delle donne. E basta farsi un giro sul web: la quantità di gente che continua a non credere in una donna (nonostante abbia le prove) è enorme. Questo è agghiacciante. E ci fa capire quanto sia pericoloso parlare. Che il rischio di victim blaming è dietro l’angolo. Ma fortunatamente per Blake, lei è potente, ha il denaro, ha la possibilità di ingaggiare investigatori privati, di attivare le migliori strategie per (almeno provare) a difendersi.
E se non siamo Blake Lively (ossia non abbiamo la sua disponibilità economica) come facciamo?
Se è stato così facile provare a silenziare (e distruggere) una donna ricca, in una posizione privilegiata, la It girl per eccellenza, per il solo fatto che pretendesse un ambiente di lavoro sano, o che prendesse in considerazione l’idea di denunciare le molestie, come può una donna senza la disponibilità economica, anche solo pensare di dimostrare la manipolazione di una società che di per sé odia le donne, e provare a far sentire la propria voce? Spoiler: ci rinuncia.
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