L’aggettivo performativo, nel linguaggio pubblico della nostra società, è spesso usato con accezioni negative, legandolo a fenomeni come la cultura della prestazione, della visibilità a tutti i costi, del successo facile. Quando poi è riferito a un temine nobile come l’attivismo, ecco che scatta la contraddizione in termini. In effetti, è possibile sbandierare una pratica che si suppone disinteressata e a vantaggio della collettività e ottenerne un ritorno, anche solo di immagine? E se è possibile, è etico? Chi pratica l’attivismo performativo non sostiene a fondo le cause sociali, ma tenta solo di presentarsi all’opinione pubblica come uno che sta dalla parte dei buoni, o c’è del buono nel suo coinvolgimento, anche se poco sincero?

L’attivismo performativo e le cause sociali

Black Lives Matter - Risarcire gli afroamericani per la schiavitù
Black Lives Matter – Risarcire gli afroamericani per la schiavitù

L’attivismo performativo è il coinvolgimento attivo in una ideologia, dietro cui si cela un palese interesse personale. Praticato prevalentemente sui social media, consiste nel condividere post informativi a proposito di temi di attualità, solitamente relativi alla giustizia sociale. Ciò che distingue questa forma di attivismo da quelle profonde e sincere è l’enfasi sulla persona che lo compie, che guadagna un vantaggiosissimo ritorno di immagine e credibilità morale.

Si tratta di una pratica alla quale sono esposti potenzialmente tutti. In modo particolare lo sono gli influencer, che senza alcuna competenza spesso si trovano a parlare di fatti di cronaca nera, mutamenti geopolitici o discriminazioni di minoranze. Lo stretto contatto col pubblico e la necessità di tenere sempre alta l’asticella della popolarità porta le celebrità del web a immischiarsi in ogni argomento.

L’attivismo performativo ha avuto origine nel 2020, con il movimento Black Lives Matter. Dopo l’assassinio di George Floyd, si è sollevata un’ondata di indignazione e consapevolezza che travolto milioni di persone, a partire dagli Stati Uniti. Le piattaforme social sono state letteralmente sommerse di post e commenti condivisi a partire dal basso, cioè dagli utenti comuni. Con il dibattito pubblico sdoganato a tutti, a prescindere dalle competenze, si è tolta responsabilità al ruolo dell’attivista: basta aver postato un post che spiega in maniera semplicistica l’argomento di tendenza del giorno per definirsi tali, rimanendo lontani dalla lotta vera, che spesso si svolge in tutt’altre sedi.

Social washing

Il termine social washing fa riferimento al tentativo delle grandi aziende e dei grandi brand di apparire più etiche agli occhi del loro pubblico di riferimento, fornendo un’immagine di sé migliore rispetto a ciò che in realtà praticano. Questa rappresentazione ripulita ha lo scopo di migliorare l’immagine e il decoro del brand, e renderlo quindi più appetibile sul mercato. Questo fenomeno è legato a doppio filo con l’attivismo performativo: ipocrisia e insincerità dominano in entrambi.

Tra gli esempi di social wahing troviamo il green washing, che consiste nella presentazione ingannevole di pratiche ecologiche da parte delle aziende, senza un impegno effettivo verso la sostenibilità ambientale. Allo stesso modo, il pink washing riguarda l’utilizzo superficiale di temi femministi per scopi di marketing, senza un reale coinvolgimento nella risoluzione dei problemi sociali della disparità di genere. Questi fenomeni mostrano l’adesione a valori importanti senza il sostegno di azioni significative e trasformative.

Lorenzo La Rovere

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