Ristoratori, ambulanti, negozianti, baristi, titolari di centri sportivi, commerciati: è lungo l’elenco dei lavoratori che da mesi si sono visti costretti a chiudere le loro attività. Lo spiraglio di una riapertura prevista per il 20 aprile non è abbastanza, perché ancora più lunga è la lista di coloro che hanno dovuto accettare di chiudere per sempre. Non c’è più spazio per la speranza, ma sofferenza e tanta rabbia. La stessa che, dopo la pausa dalle festività pasquali, è scesa in strada un po’ in tutta Italia, da Napoli a Milano, creando momenti di alta tensione, culminati a Roma, in piazza Montecitorio, dove si sono accesi gli scontri tra i manifestanti e le forze dell’ordine, schierate in assetto anti sommossa. “Vogliamo solo lavorare”, “aprire per non morire”, “libertà”, ma anche “vergogna” e “buffoni” urlano dalla piazza i manifestanti in cerca di risposte da “una politica che non si vede”. Qualcuno con le catene ai polsi, altri senza mascherina e persino copricapi da sciamani – in pieno stile trumpista a Capitol Hill – si aggiungono alla folla eterogenea a secco di ristori, la cui disperazione ha sfondato le transenne a protezione della piazza, lanciando bottiglie, fumogeni rossi e verdi, nel tentativo di abbattere il cordone spiegato a protezione dei parlamentari.

Lavoratori e non: le proteste strumentalizzate dagli estremisti

Tra i vari cartelli, sventolavano le bandiere di ItalExit, il movimento antieuropeista dell’ex direttore della Padania ed ex senatore grillino Gianluigi Paragone, ma anche le braccia tese degli esponenti di CasaPound, “i fascisti del Terzo Millennio”, pronti a strumentalizzare il disagio sociale per far salire la tensione. Un panorama confuso e multiforme. Una situazione che sembra raffigurare solo una “miccia pronta ad accendere il rogo”. Perché le analisi degli specialisti dell’ordine pubblico paventano timori forti per quello che potrà succedere a breve. “La tensione sociale sta salendo in una progressione geometrica, i nodi stanno venendo al pettine”, ha detto un investigatore specializzato in pubblica sicurezza, che ieri ha monitorato la manifestazione davanti a palazzo Montecitorio. E se adesso individuano nei gruppi dell’estremismo chi soffia sul fuoco del disagio sociale, per un futuro non troppo lontano intravedono la possibilità che si saldino interessi apparentemente distanti proprio per fomentare disordine. Soprattutto se il governo non riuscirà ad allentare le misure anti-Covid. Già ad ottobre a Napoli, Salerno, Roma, Catania, Torino, Verona, Palermo, Firenze e Bologna furono i clan a fomentare i cortei e i sit-in. Mentre molti siti internet riconducibili a formazioni anarchiche inneggiavano all’attacco contro la sede dell’Istituto superiore di sanità. Messaggi che incitano a proseguire sulla strada della ribellione. Ecco perché “l’evidente disagio delle categorie economiche più colpite dalla grave crisi innescata dalla pandemia merita la doverosa attenzione del governo”, ha detto la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, dopo aver “espresso solidarietà al poliziotto ferito a Roma” e sottolineato “che è inammissibile qualsiasi comportamento violento nei confronti di chi è impegnato a difendere la legalità e la sicurezza”.

Finora è stato esortato di non rispondere in modo sproporzionato agli attacchi, di non intervenire finché la situazione non diventa pericolosa, e di dare spazio a chi manifesta per la disperazione del lavoro che manca: “Consentire lo svolgimento democratico della manifestazione” è stata la direttiva impartita dal nuovo capo della polizia Lamberto Giannini, congratulatosi con il questore di Roma Carmine Esposito per la gestione dell’ordine pubblico. Ma c’è anche l’indicazione di intervenire con fermezza dinanzi i tentativi di infiltrazione, avvenuti proprio ieri a Roma, per fomentare la folla. La situazione preoccupa il governo e gli apparati di Prevenzione. Perché quello di ieri non è stato il primo caso, e di certo non sarà l’ultimo. Il bilanciamento è difficile da operare ma indispensabile per evitare il peggio.

Francesca Perrotta