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L’episodio del Sofagate è l’espressione di quanto bisogna spingersi per eliminare lo stereotipo di genere

La parola stereotipo deriva dall’unione di due termini greci: stereos (rigido, solido) e typos (impronta, carattere), utilizzata, in psicologia, per descrivere una convinzione, per l’appunto, rigida e ipergeneralizzata, di un determinato gruppo o classe di persone. In poche parole si potrebbe dire che gli stereotipi sono una “scorciatoia mentale”, valutazioni inflessibili che si riferiscono a concetti mediati dal senso comune. Fu Walter Lipmann il primo ad introdurre questo concetto nelle scienze sociali, asserendo che il processo di conoscenza non è diretto, ma filtrato da immagini mentali costituite in relazione a come ognuno di noi percepisce la realtà. Un giudizio che diventa pregiudizio proprio perché la conoscenza non è diretta ma appresa. Gli stereotipi sono, per questo, dei giudizi scorretti poiché permettono di attribuire, senza alcun senso critico, delle caratteristiche ad un’intera categoria di persone, non curanti delle differenze che sono, invece, rilevate e rilevanti. Ciò che nasce con lo scopo di aiutarci ad avere risposte e reazioni rapide, finisce per assumere la caratteristica di preconcetto, tra l’altro, difficilmente modificabile (ecco perché rigido), poiché ancorato alla provenienza culturale. Gli esempi sono innumerevoli: dalla religione alla sessualità. L’elemento comune è, in tutti i casi, la focalizzazione sulle somiglianze, e non sulle differenze, quelle che contraddistinguono. Ma se c’è un ambito in cui gli stereotipi sono particolarmente duri a morire è quello che riguarda le differenze tra uomo e donna, e i conseguenti ruoli che dovrebbero ricoprire all’interno della società. Si chiamano stereotipi di genere. La parte femminile è quella “normalmente” incline all’emotività e alla cura degli altri, mentre la parte maschile è quella risoluta, capace di autoaffermarsi. Le donne sono dolci e delicate, mentre gli uomini forti e sicuri. Alle donne non interessa lo sport, la politica o i videogiochi. Sanno cucinare ma non hanno abilità tecniche. Ad esempio, non sanno guidare. Mentre gli uomini sono disordinati, amano le auto, lo sport, e ovviamente non sanno cucinare. Tutti stereotipi che, oltre ad essere riduttivi, sembrano quasi simpatici. Non li definirei né positivi né negativi, perché le generalizzazioni inaccurate che non tengono conto della complessità e della personalità di un essere umano, si definiscono da sole. Negativo non basta. Eppure gli stereotipi sono “prescrittivi”, si impongono cioè come norme, che non hanno la sola e banale funzione di “semplificare” la vita, ma di contribuire al mantenimento di determinati ruoli nella società. Il che implica la difficoltà, per le donne, di allontanarsi da un sistema in cui agli uomini viene attribuita competenza, e a loro no.

“E’ successo perché sono donna”: questo è lo stereotipo di genere

Quando le donne vengono trattate apertamente come “esseri inferiori”, è semplice riconoscere il sessimo implicito. Se una presidente della Commissione europea viene relegata su un divano, mentre il presidente del Consiglio Ue e il presidente turco si accomodano sulle uniche due sedie preparate per i tre leader nella stanza in cui sono stati ricevuti, quello non è un “incidente diplomatico”. È sessismo. Semplicemente. Chi si aspettava che Ursula von der Leyen se ne sarebbe stata zitta sull’episodio del cosiddetto Sofagate, però, si sbagliava. E pecca di stereotipizzazione. «Sono la prima donna a esser presidente della Commissione europea ed è così che mi aspettavo di essere trattata nel viaggio in Turchia, come una presidente della Commissione. Non riesco a trovare una giustificazione e devo concludere che quello che è successo è accaduto perché sono una donna». Il commento è arrivato puntuale e non lascia spazi a equivoci, spiegazioni o rimpalli di responsabilità. “Possiamo fare di meglio” si legge velatamente. In effetti una gaffe simile nel 2021 denota che siamo messi veramente male a maschilismo. Ursula von der Leyen ha tenuto il discorso al Parlamento Europeo, dove si sarebbe dovuto discutere dei risultati dell’incontro con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Ma il dibattito è stato monopolizzato da un unico vero risultato, quello di due uomini seduti, faccia a faccia, in primo piano, e una donna, visibilmente imbarazzata, che viene lasciata in piedi, prima di essere invitata a prendere posto su un divano distante dai due uomini. Con una sola esclamazione: «Ahm..».

«Sarebbe successo ugualmente se avessi indossato una giacca e una cravatta?», ha chiesto retoricamente la presidente della Commissione. Probabilmente no, si è risposta da sola, perché nel palazzo presidenziale di Ankara non mancano di certo le sedie. A mancare, negli incontri ufficiali di alto livello, sono piuttosto le donne, ha puntualizzato. «Mi sono sentita ferita come donna e come europea – ha poi aggiunto, riferendosi alle sue colleghe in sintonia con lo stato d’animo – questo riguarda i valori che sono alla base della nostra Unione e dimostra quanto dobbiamo ancora fare perché le donne siano trattate con parità”. Un disguido squisitamente protocollare? A detta del presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, si, che si è poi giustificato di non aver reagito per evitare un’escalation di tensione con Erdogan. Una tesi avallata anche dal ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, che ha commentato: «Non è la prima volta che accogliamo un ospite straniero. Durante l’incontro è stato rispettato il protocollo».

Il fatto che qualche settimana fa, il presidente Erdogan abbia deciso di ritirare la Turchia dalla Convenzione di Instabul “Sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica”, la dice lunga sulla visione che l’Islam più radicale ha delle donne. Mossa che, fra gli altri, non è piaciuta alla von der Leyen, mostratasi «profondamente preoccupata» per quello che è «chiaramente un messaggio sbagliato». Il Sofagate è l’espressione dell’intento politico di Erdogan: la politica nazionalista che sta trascinando il suo Paese nel più profondo radicalismo islamico. Ma la responsabilità non è solo di Erdogan. Ricondurla al modo in cui il presidente turco è solito trattare le donne sminuirebbe la vicenda stessa. «Per essere credibili non dobbiamo solo criticare gli altri, dobbiamo anche agire a casa», ha chiarito Von der Leyen. Così ha fatto riferimento ai rischi della mancata ratifica da parte di diversi Stati Ue alla Convenzione di Instabul, per la quale la presidente di Commissione vorrebbe invece una piena adesione, perché la Convenzione è «il primo strumento vincolante a livello internazionale ad adottare un approccio ampio alla lotta alla violenza contro donne e bambini». Ma il processo, come ha spiegato, è ancora in fase di stallo.

E poi c’è la mancata reazione del presidente Michel. Sulla carta, la presenza della presidente di Commissione e del presidente del Consiglio europeo doveva mostrare al mondo intero l’indissolubile forza dell’Unione Europea, ma di fatto così non è stato. L’indissolubilità di certi valori si sarebbe realizzata se il presidente del Consiglio europeo avesse ceduto il posto alla collega, ma «in quell’istante – ha confessato – avevo deciso di non reagire ulteriormente per non creare un incidente politico che avrebbe rovinato mesi di preparativi e sforzi politici e diplomatici». Più che dimostrare «rammarico per la situazione che si è venuta a creare nel viaggio ad Ankara», non ha fatto. Anzi, ha promesso di impegnarsi «insieme alla Commissione, perché non accada più in futuro». Che non suona nuovo.

Ma a cosa serve parlare di politically correct e di battaglie per la parità di genere, se poi è l’Europa la prima a tirarsi indietro? Non si tratta di posti a sedere o protocolli. «La mia visita in Turchia ha mostrato fino a che punto dobbiamo ancora spingerci prima che le donne siano trattate alla pari. Sempre. Ovunque», ha ribadito via social la presidente di Commissione, sottolineando come la sua storia abbia «fatto notizia», poiché oggettivamente in una posizione privilegiata in quanto leader capace di “farsi sentire”. Le telecamere nel salone del palazzo presidenziale turco hanno permesso alla vicenda di diventare immediatamente virale. Ma dall’altra parte della telecamera di donne ferite che non hanno né il potere né gli strumenti per poter parlare, ce ne sono tante. Di storie ce ne sono tante, «la maggior parte delle quali molto più serie, che passano inosservate. Dobbiamo assicurarci che anche queste vengano raccontante, ha detto la van der Leyen, perché «lo status delle donne rappresenta lo status della democrazia. La parità di partecipazione delle donne rende più forte la democrazia».

La presidente del gruppo dei Socialisti e democratici, Iratxe García Pérez, intervenuta in sostegno a Ursula van der Leyen, ha di fatto centrato il tema che sta alla base dell’accaduto, rivolgendosi proprio a Michel: «So che non era sua intenzione, che non se ne è accorto e che non ha realizzato le conseguenze del gesto. Ma è proprio questo il problema: voi uomini non ve ne accorgete. Dobbiamo cambiare questa percezione nelle nostre società». Non c’entrano i giochi di potere, la cattiva organizzazione, i malintesi. Il problema è uno solo: il sessismo. Quello accaduto a Ursula van der Leyen è solo lo spunto per parlare di quanto il tema dello stereotipo di genere, anche a livello istituzionale, non smetta di fare danni. Nella società moderna le espressioni di sessismo hanno assunto, ormai, forme talmente sottili da avere una connotazione anche “positiva”. Quindi difficile da riconoscere. Basti pensare a tutte quelle volte in cui, sotto forma di battuta, un uomo rivolge un complimento a una donna.

I ricercatori che si sono occupati di studi di genere considerano il sessismo come un costrutto composto da due dimensioni, quella ostile e quella “benevola”. Mentre il sessismo ostile non ha bisogno di molte spiegazioni, il sessismo “benevolo” può essere definito come una serie di atteggiamenti verso le donne, sempre tendenti ad una visione stereotipata e ristretta, ma avvertiti come emotivamente positivi da chi li esprime, anche se non sempre dalle destinatarie. Ma, sebbene detto con toni gentili, il pregiudizio è comunque dannoso. Anche solo perché maggiormente accettato. Sono i mass media i primi veicoli dello stereotipo di genere, con le loro rappresentazioni di donna grottesca, volgare e umiliante. La cancellazione dell’identità della donna avviene sotto lo sguardo di tutti e spesso neanche ce ne accorgiamo. Per questo bisogna parlarne, reagire, indignarsi, lottare. Per uscire dagli schemi di stereotipi anacronistici e inadeguati. Per tutti quelli che “non guardano”. E per tutti quelli che guardano e non vedono.

Francesca Perrotta

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