Immaginate una pista di atletica. Sulla linea di partenza ci sono due corridori. Entrambi hanno lo stesso obiettivo, entrambi sono pronti a dare il massimo. Eppure, osservando meglio il percorso, notiamo che la pista non è la stessa per tutti: una corsia è liscia, gommata per permettere l’aderenza; quella dell’altro è irregolare e infangata. Nonostante ciò, una volta tagliato il traguardo, il cronometro non terrà conto né del fango, né delle buche. Verrà premiato chi arriva primo, ottenendo il titolo di “migliore”. È in questo preciso istante, nel silenzio che ignora lo sforzo di chi è rimasto indietro, che la meritocrazia smette di essere un segno di giustizia e diventa solo un’illusione patinata.
Quando il traguardo ignora il percorso
Tuttavia, il problema non si evince solo per chi è rimasto indietro. Il problema è chi vince, guardando la sua corsia pulita e si convince di essersi meritato la vittoria. È semplice, una volta tagliato il traguardo, dimenticare il vento a favore. Ancor più semplice è guardare con pietà o disprezzo chi è rimasto impantanato del fango. La meritocrazia non solo colpevolizza chi rimane indietro, ma incrina l’anima ai fortunati. Non è irrealistico, è ciò che osserviamo ogni giorno. La corsia di fango, nella vita quotidiana, si chiama “non avere contatti”, “dover lavorare per pagarsi gli studi” o, semplicemente, “essere nati in un luogo meno fortunato”. La meritocrazia è il collega o il conoscente che, guardandoti dall’alto, ti incalza dicendo che “non ti sei impegnato abbastanza”.
Siamo così accecati dall’idea di dover meritare tutto, sempre, che quando riusciamo in qualcosa ci sembra indegno riconoscere la fortuna nel successo. Non si tratta dell’eccezione, ma della regola che avvolge il pensiero. A volte i nostri unici sforzi ci consentono di ottenere ciò a cui ambiamo, altre volte l’impegno si accosta al vento favorevole. Quel successo non perde valore, né ci priva della soddisfazione di averlo raggiunto. È un monito per ricordare che, a prescindere dal risultato, ci sono altri fattori che possono influenzare il nostro percorso. Riconoscere e ammettere le incidenze esterne ci permette di affrontare l’ansia da prestazione. Non tutto può essere sotto il nostro controllo. Ma, qualora l’influenza positiva dovesse investirci, è bene ricordarcelo. L’insuccesso a cui assistiamo, che sia nostro o altrui, non deve spingerci a credere che non lo volesse abbastanza. Deve incentivare alla riflessione e al mettere in dubbio ciò che non conosciamo.
Smantellare il mito della meritocrazia
È evidente che sia arrivato il tempo di smettere di guardare ossessivamente il cronometro e iniziare a notare chi corre accanto a noi. Smantellare il mito della meritocrazia, riconoscendo la disuguaglianza che genera, non significa esaltare la pigrizia. Significa celebrare l’onestà e comprendere che la fortuna, così come la sfortuna, possono incidere sensibilmente. Solo così possiamo trasformare la nostra società in uno spazio condiviso, dove il valore di una persona non dipende solo dal successo, ma dal coraggio di continuare a provare nonostante tutto.
Stefania Cirillo





