Editoriale

L’Italia, il paese dei Neet (non un paese per giovani)

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Se dicembre è il momento di tirare le somme, è anche quello di farsi i conti. E per l’Italia, i numeri sono spaventosi in diversi settori. Mentre molti politici si affannano ad allarmarsi per le percentuali di quanto ci costano i no-vax (che è comunque un dato altrettanto terrificante), nessuno di loro ha gridato all’urgenza dell’ultimo rapporto Censis che parla di giovani. Giovani, chi? Perché per fare la conta, in Italia più che giovani ci sono Neet. E leggendo le percentuali di quanti giovani si danno per spacciati, è facile capire perché. Diamo i numeri: 8 italiani su 10 ritengono inutile l’investimento di risorse economiche, energia e tempo in uno studio. Il motivo è il cuore stesso del problema: non ci credono perché sanno che non gli verrà (giustamente) riconosciuto. In corrispondenza, il 35,5% decide di non impegnarsi per conseguire laurea, un master e una specializzazione, perché l’investimento non vale il guadagno. In termini pratici: nessuno studio e percorso formativo verrà ripagato con un guadagno adeguato, che corrisponda almeno a pareggiare la spesa impiegata per (almeno) ottenere un lavoro. E per disperazione, scoraggiamento e delusione: gli under 35 più che giovane promesse si ritrovano a essere insoddisfatti Neet. 

Neet: il neologismo disperato

Neet: Not in Education, Employment or Training. Sono i giovani, soprattutto, ma persone in generale non impegnate né nello studio, né nel lavoro e né nella formazione. La didascalia di una triste maggioranza di giovani del terzo millennio. Il caso di come un neologismo non soltanto definisce un fenomeno, ma al tempo stesso ne dimostra già la sua presenza invadente. E, in qualche modo, a dargli un nome finiamo anche per accettarlo, per eccesso ad alimentarlo. Dacché in Italia, secondo Ista, i giovani a essere Neet sono 2.100.000.  In fila indiana si trovano giovani di ventisei anni a cui viene richiesto come minimo altrettanti anni di esperienza, o quelli in croce a stage non retribuiti che devono inventarsi almeno due lavori da svolgere la sera. Dopo, comunque, le 8 ore di stage. Cosa significa essere under 35, in Italia, se fino all’anno scorso i Neet erano 2.7 milioni, e quindi per intenderci: il 29,3% del totale della classe di età 20-34 anni. Il dato più allarmante è la crescita dallo scorso anno, che già sale al 5,1% in più, e non vede belle prospettive nell’anno che verrà.

Dopo la pandemia, infatti, il 34,4% di giovani ha abbandonato l’idea di andare a vivere da solo, abbandonando anche l’idea di un proprio progetto di vita. Perché è troppo azzardato pensare anche solamente al proprio futuro, se bisogna scegliere soltanto tra precariato e salari inaccettabili. O sperare in un’alternativa migliore, che non va comunque più in là del Co.co.co o del contratto a tempo determinato. Se c’è un blocco del turn-over nel pubblico impiego, lo stesso ricade nella mentalità di un’intera generazione, cresciuta nell’aspirazione fallita al solo tentativo di immaginarla. Molti quando parlano di Neet descrivono giovani che “sono in lockdown da prima della pandemia”. L’immobilità della loro condizione psicologica, sociale e culturale non è soltanto un danno individuale, ma crea un bug nella crescita di un intero paese. Ingessare e rendere inaccessibile il futuro di una generazione danneggia l’impatto sociale, rendendo i Neet invalidanti nella partecipazione attiva alla vita culturale, sociale e politica italiana. D’altro canto, per ogni Neet l’accesso al mondo del lavoro sembra un miraggio disperato. E con esso, l’aspirazione di un reddito adeguato, che possa anche permettere di sviluppare sane e buone relazioni sociali.

Cantano, ricantano, la noiosa cantilena: che l’Italia non è un paese per giovani. Ed è vero, perché ormai è diventato un paese per Neet. Ma finché l’urgenza nella legge di Bilancio 2021 sarà sempre più la pensione che l’occupazione dei giovani, allora la classe di età che continuerà a registrare un aumento dell’occupazione rimarrà sempre quella degli over 50, come vale per gli ultimi tredici anni. E mentre si spendono leggi per la pensione di chi un lavoro l’ha già terminato, l’OCSE annuncia che per chi deve ancora trovarlo quella pensione non arriverà prima dei 71 anni. Allora forse il punto di vista del bisogno nazionale è un caleidoscopio distorto o miope. Non c’è posto per giovani lavoratori se non c’è tutela o la condizione necessaria per (almeno) riuscire a trovarlo, questo lavoro. Mi sentite? Ci ascoltate? Vi ricordate quando ho scritto in uno scorso editoriale che per i giovani il futuro è già vecchio? E che fatica. E che disperazione. 

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