Tutto parte dai suoi studi da geometra: Arnaldo Pomodoro e le sue opere sono un connubio di forme, strutture e materiali. Lui, artista spentosi nella giornata di ieri domenica 22 giugno alla veneranda età di 99 anni, avrebbe raggiunto oggi il secolo di vita. Vita durante la quale ha vissuto e prodotto l’arte del Novecento, quella contemporanea, percorrendo le tappe di quello studio della materia tanto caro al secolo scorso.

Arnaldo Pomodoro, le opere dominate da forme e materia

Fratello di Giò Pomodoro, scomparso nel 2002, condivide con lui gli spazi per realizzare le sue opere. Entrambi con formazione da geometra, studiano con passione lo spazio e le forme. Nel 1954, con la madre e il fratello, si trasferisce a Milano: in quegli anni la città meneghina è officina di talenti che hanno fatto la storia dell’arte nostrana, come Lucio Fontana (sua ispirazione per le famose Sfere), Armando Milani o Enrico Baj. I due fratelli hanno occasione di presentare la loro arte in location come la Galleria del Naviglio e la Galleria Il Cavallino di Venezia. Durante questo periodo milanese sperimenta con la sua produzione artistica. Le sue influenze sono Paul Klee, i futuristi come Umberto Boccioni.

Nel 1955 Arnaldo si presenta a Roma con il Gruppo 3P, fondato precedentemente durante gli studi a Pesaro, costituito da Giorgio Perfetti e suo fratello. Qui ha i primi contatti con l’Informale, anche se il suo incontro più celebre è quello con il compositore Igor Stravinsky, anche lui simbolo della produzione artistica e culturale del Novecento. Conclusa l’esperienza con la 3P, nel 1956 con il fratello partecipa alla Biennale di Venezia e, durante un soggiorno parigino, incontra Alberto Giacometti. Due anni dopo, nel 1958, lui e Giò si dividono e Arnaldo, nel 1960, fonda il gruppo Continuità. Nel silenzio delle campagne pavesi, la Cascina di Lomellina diventa suo rifugio e officina.

Le Sfere, opere iconiche sparse in tutto il mondo

La sua prima produzione scultorea sono oggetti di piccole dimensioni: Pomodoro lavora sulla deformazione di solidi geometrici. Sfere, coni, cubi, vengono frammentati per scoprire cosa ci sia al loro interno. L’obiettivo centrale nella ricerca scultorea di Arnaldo, ed è per questo che le sue opere si aprono a mostrare le parti interiori. In generale la sua firma, le sue opere più celebri, sono le Sfere. Queste opere sono metafora della complessità del mondo contemporaneo e della psiche umana. La superficie esterna liscia riflette l’ambiente circostante, e al tempo stesso l’interno è tormentato e corroso e svela meccanismi simili a ingranaggi in una dicotomia tra apparenza e realtà, tra il visibile e il nascosto.

La prima Sfera è del 1963, tra le più famose. Nel 1966 passa invece a sculture di grandi dimensioni: la Sfera grande, commissionata per l’Expo di Montreal, di dimensioni di oltre tre metri. Queste opere sono talmente grandi che vengono realizzate per spazi aperti; le troviamo in piazze di città come Milano, Brisbane, Copenaghen, Los Angeles, Darmstadt. Lo studio della sfera è una ricerca su cui lavorano anche Moore e Fontana, ma è anche un punto fisso nell’arte di Pomodoro. Le forme sono lacerate per voler svelare ciò che contengono all’interno.

In generale, è fondamentale il suo rapporto con lo spazio: che si tratti di spazio che circonda l’opera o, in senso più ampio, spazio inteso come ambiente. Sono importanti infatti alcune sue opere ambientali, come The Pietrarubbia Group, del 1975. Attualmente è esposta nello studio Marconi di Milano. Tra le opere della maturità dell’artista c’è, per esempio, la Sfera di San Leo risalente agli anni 2000. Qui si nota la fortissima evoluzione del linguaggio. A differenza delle prime sfere, la scultura non è più rotta solo internamente, ma anche esternamente. Qui frecce, tiranti e denti “rovinano” la struttura esternamente: l’idea è che la scultura senta la necessità di portare fuori il lacerante senso di vivere, inizialmente solo chiuso dentro.

Marianna Soru

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