Non tutti sanno che i famosi “resi” dei siti online di fast fashion sono il contrario della sostenibilità. I capi invenduti e restituiti non tornano sul mercato, ma vengono distrutti. Un problema di spreco di risorse e l’inquinamento che ha attirato l’attenzione dell’Unione Europea, che ha iniziato la sua battaglia contro la distruzione dei capi invenduti, con la finalità di promuovere il riciclo dei materiali. In particolare la Commissione Europea ha stilato nuove misure nell’ambito del regolamento sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti sostenibili (Espr) per prevenire la distruzione.
UE inizia la battaglia contro la distruzione dei capi invenduti

Nella sola Europa si stima che ogni anno dal 4 al 9% dei prodotti tessili invenduti vengono distrutti ancora prima ancora di essere indossati. Il risultato? 5,6 milioni di tonnellate di emissioni di anidride carbonica all’anno. La misura prevede che le aziende forniscano informazioni sui prodotti di consumo invenduti che smaltiscono come rifiuti. Inoltre, arriva il divieto di distruzione di capi di abbigliamento, accessori e calzature rimasti invenduti. Saranno previste solo circostanze specifiche che consentiranno la distruzione (come ad esempio per motivi di sicurezza o per danni al prodotto).
Il divieto sarà valido a partire dal 19 luglio 2026 per le grandi aziende, ed entro il 2030 per le medie aziende. Sarà previsto poi un modulo standardizzato per le imprese che vorranno dare conto del volume di beni di consumo invenduti. Questo si applicherà a partire da febbraio 2027, dando alle imprese tempo sufficiente per adattarsi. Il risultato sarà quindi che le aziende, invece di smaltire le scorte distruggendole, saranno incoraggiate a gestirle in modo più efficace, smistando meglio i resi e a valutare alternative come la rivendita, la rigenerazione, le donazioni o il riutilizzo.
Marianna Soru





