Ma che Razza di Storie!

Che cos’è una razza e come mai le razze umane non esistono

Oggi si celebra il l’International Darwin Day 2019. Per questa giornata particolare abbiamo deciso di dedicarci a quello che è forse il più controverso e, dal punto di vista scientifico, sterile argomento intorno alla teoria dell’evoluzione: il concetto di razza e l’esistenza delle razze (intendendo quelle umane ovviamente, visto che sembra stiano tornando di moda questioni che pensavamo definitivamente chiuse dopo l’ultimo conflitto mondiale)

Ogni tanto riciccia il “caro” vecchio (e ormai decisamente stantio) discorso sulla razza.

Ogni volta che ne leggo mi riprometto sempre di scrivere qualcosa per cercare di fare chiarezza riguardo a che cosa intendano questi noiosoni dei biologi per razza. In diversi riterranno che sia un discorso politico: io invece ritengo che, essendo la biologia la scienza che si occupa dello studio della diversità degli esseri viventi, nessuno sia più qualificato di un biologo per parlare di razze!

Il primo paradosso del concetto di razza è che si tratta di un concetto estremamente semplice e, come quasi tutte le spiegazioni più semplici, è lacunoso e insoddisfacente, a voler essere gentili. La razza viene definita come un raggruppamento tassonomico di livello inferiore alla sottospecie che raggrupperebbe una popolazione di individui aventi caratteri particolari simili; non esiste tuttavia una chiara definizione di quali e quanti siano i caratteri necessari per definire una razza.

Andiamo un po’ con ordine

I tassonomi (scienziati che si occupano di catalogare gli esseri viventi a seconda della loro somiglianza) definiscono la specie come un insieme di individui interfecondi riproduttivamente isolati dagli altri gruppi di individui (ovvero che possono accoppiarsi tra di loro producendo prole fertile). Com’è facile immaginare le cose in natura non sono semplici come possiamo provare a descriverle e quindi esistono casi che potremmo definire nebulosi (“fuzzy” in gergo tecnico) in cui i confini si sfumano fino a diventare irriconoscibili. Pensiamo per esempio ai colori: e` facile distinguere il blu dal violetto ma sapreste, nelle sfumature intermedie, dire dove esattamente finisce il blu e dove inizia il violetto? Ecco, neanch’io. Molto pragmaticamente si usa una convenzione; in biologia si guarda a quanto simili sono due popolazioni (in genere analizzando i loro geni) e si “tira una linea”. Talvolta la linea e` cosi` labile che si decide di definire due sottospecie.

Le sottospecie

Un caso tipico sono individui che geneticamente sono abbastanza diversi ma che potrebbero riprodursi generando prole fertile (quindi sono la stessa specie) se non fossero separati nello spazio. Un esempio da manuale solo la tigre del Bengala e quella di Sumatra; entrambe fanno parte della stessa specie (Panthera tigris) ma, dal momento che, pur essendo teoricamente interfeconde, la separazione geografica impedisce alle due popolazioni di geni di rimescolarsi, queste evolvono separatamente sviluppando anche caratteri leggermente diversi. In questo caso i tassonomi aggiungono un nome alla fine del nome della specie: avremo quindi P. tigris tigris (tigre del Bengala) e P. tigris sumatrae (tigre di Sumatra). Il terzo nome indica la sottospecie ed è il più basso livello tassonomico ritenuto degno di nomenclatura propria secondo l’International Code of Zoological Nomenclature, il codice che definisce le regole per la nomenclatura delle specie animali.

Un esemplare di Panthera tigris sumatrae, una sottospecie di P. tigris (tigre) – Fonte Wikimedia.

Non è facile definire una sottospecie perchè per definirla è necessario definire la specie di cui fa parte prima, ad esempio se non si fa molta attenzione si rischia di catalogare come specie diverse due sottospecie appartenenti alla stessa specie o viceversa.

In natura esistono specie con nessuna sottospecie e specie con molte sottospecie; dal momento che esiste un certo grado di isolamento riproduttivo tra le sottospecie queste sono generalmente viste come esempi di “speciazione in atto” ovvero due specie non ancora del tutto separate l’una dall’altra.

Specie ad anello

Un esempio lampante di questo processo di speciazione sono le cosiddette specie ad anello un esempio  famoso è quello dei gabbiani del genere Larus. Questi animali hanno formato un anello di quelle che sembrano sottospecie attorno al circolo polare artico, nonostante le popolazioni attigue siano fra loro interfeconde,  quelle poste ai limiti dell’anello sono a tutti gli effetti specie diverse, morfologicamente distinte e riproduttivamente isolate.

La razza

Se abbiamo visto che concetti complessi e considerati ben definiti come quello di specie e sottospecie risultano in definitiva non così ben definiti dopotutto, immaginiamo in che acque ci troviamo a navigare quando ci dobbiamo fronteggiare il concetto di razza.

La razza risulta un raggruppamento molto utile per attività umane come l’allevamento. Un giovane C. Darwin muoveva i primi passi nella teoria dell’evoluzione biologica che porta il suo nome con una serie di interessanti esperimenti sui piccioni d’allevamento in cui dimostrava come le razze di questi uccelli tendessero a generare individui con caratteri tipici della specie di appartenenza sel lasciate accoppiarsi liberamente. Questo esperimento, discusso ne “L’Origine delle Specie” dimostra che non esiste alcuna reale separazione tra le razze e che esse esistono solamente in virtù dello sforzo umano di selezionare varietà con proprietà o caratteristiche utili al suo lavoro o semplicemente di suo gusto (si pensi alle razze di gatto che esistono oggi).

La chiave è la speciazione

Diciamo che, in generale, perché i concetti di “razza” e “sottospecie” abbiano senso vanno visti nel grande schema del processo di speciazione e, quindi, richiedono l’esistenza di un processo di selezione direzionale (pensiamo all’allevatore che sceglie quali accoppiamenti far avvenire per ottenere le caratteristiche che desidera) e un certo livello di isolamento riproduttivo che impedisca alle diverse popolazioni di geni di rimescolarsi tra loro su base regolare.

L’animale viaggiatore

Per l’animale più mobile che abbia mai calcato il suolo di questo pianeta non è esistito per lungo tempo un vero confine in grado di resistere alla sua inventiva e alla sua sete di conoscenza. Per lo spianatore di foreste, costruttore di strade che arrivano fino nel cuore dei deserti più inospitali, non ci sono da molte migliaia di anni confini tali da permettere a lungo l’isolamento geografico e riproduttivo. È possibile che ci sia stato un tempo in cui la specie Homo sapiens abbia avuto molte sottospecie geograficamente isolate, ma, tuttavia, qualcosa come 50 mila anni fa, emerse un comportamento peculiare contemporaneamente alle prime dimostrazioni di arte e pensiero, segno di un animale che non deve più concentrarsi interamente sulla sopravvivenza: questo animale alto e gracile prende a viaggiare seguendo i sentieri già percorsi dai suoi antenati.

L’uomo moderno ha molti volti diversi in altrettanti luoghi del mondo, ma non sono certo il frutto dell’isolamento geografico quanto piuttosto dell’incontro tra persone differenti; persone che hanno viaggiato in lungo e in largo questo piccolo pianeta portando con sé non soltanto le loro idee, lingue e mitologie ma anche i loro geni, il loro carico di diversità: in questo senso ogni popolazione umana è unica nella storia e nelle proporzioni delle varianti geniche che sono solo una parte dell’intero insieme dei geni della nostra specie.

Il mito della razza

Se anche qualche fanatico volesse poi arguire sulla necessità di usare proprio la razza per definire queste differenze tra popolazioni umane mi sento, in conclusione di questo pezzo, di dargli una brutta notizia: usare i caratteri fenotipici per catalogare le persone è stupido. Perché la pelle scura o gli occhi a mandorla dovrebbero definire una razza mentre gli occhi verdi o i capelli neri no? La risposta andrebbe trovata nei geni e nelle differenze genetiche tra le popolazioni umane, un compito relativamente facile che però nessuno dei paladini dell’esistenza delle razze umane si e` mai preso la briga di portare a termine.

La leggenda della Scala Naturae

La risposta è che il discrimine è ovviamente soggettivo e a proprio uso e consumo, non avendo alcuna base biologica seria; il concetto di razza umana prende piede come sistema per definire “inferiori” persone che si desiderava sfruttare senza remore, sfruttando il concetto della Scala Naturae, idea già messa in discussione alla fine del ‘700 a cui la teoria Darwiniana dell’evoluzione per selezione naturale da il colpo di grazia nella seconda metà dell’800.

All’epoca si usava il concetto di razza per intendere diversità di discendenza (quasi al posto del concetto di specie) ma già nell’ottocento Darwin sosterrà l’unità della specie umana come insieme monofiletico (cioè con un’unica origine genetica) dicendo che le dispute tra monogenisti e poligenisti “moriranno di una morte silenziosa e solitaria” non appena il concetto di evoluzione sarà comunemente accettato. Sebbene accettasse le “differenza razziali” Darwin sosterrà che si tratti di “caratteri accessori” e quindi non sottoposti a selezione naturale (oggi ovviamente sappiamo che non è proprio così che stanno le cose) e ne attribuirà la divergenza ad un fenomeno che chiamerà “selezione sessuale”.

Bibliografia

Livingstone, F. B., & Dobzhansky, T. (1962). On the non-existence of human races.

Keita, S. O. Y., Kittles, R. A., Royal, C. D., Bonney, G. E., Furbert-Harris, P., Dunston, G. M., & Rotimi, C. N. (2004). Conceptualizing human variation. Nature genetics, 36(11s), S17.

Long, J. C., & Kittles, R. A. (2009). Human genetic diversity and the nonexistence of biological races. Human biology, 81(5/6), 777-799.

© RIPRODUZIONE RISERVATA