Musica

Margherita Vicario: tra rap, attivismo e ironia

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A poco più di un mese dalla sua uscita, “Bingo”, l’ultimo album di Margherita Vicario, è ancora in loop su tutti i miei dispositivi elettronici.

L’album è, anche se viene difficile etichettarlo in un genere preciso, perfettamente allineato con il modus operandi delle opere dei rapper. Ovvero il frutto di una collaborazione strettissima tra l’artista e il suo produttore. Margherita Vicario, che ha scritto per intero i testi e le melodie di tutti i brani presenti in questo album, ha scelto come spalla Davide “Dade” Pavanello. La stessa artista lo definisce “il padre artistico” di questo album, rivelando che è anche grazie alla completa libertà concessa dal suo produttore se “Bingo” è l’esperimento sonoro che conosciamo.

Margherita Vicario: tra rap, attivismo e ironia
Dal video di “Mandela”

La nuova Margherita Vicario, dal 2019 ad oggi

Dal 2019, anno dell’uscita di “Abauè (morte di un trap boy), la cantautrice e attrice romana ha sganciato una bomba dopo l’altra.

Penso alla stessa “Abauè”, una sorta d’ipnotica preghiera in cui gli archi si fondono all’elettronica e l’italiano al francese. Un pezzo che, per chi conosceva la Margherita Vicario dei lavori precedenti, cantautrice “voce, chitarra e monologhi cantati”, sembrava un esperimento. E che si è poi trasformato nel punto di partenza per una serie di brani eterogenei che ogni volta allargano i confini del pop italiano.

O ancora a Mandela, un racconto di razzismo e diffidenza verso lo straniero travestito da hit pop che non ti permette di star ferm* mentre la ascolti.

Per non parlare poi dei featuring: “Romeo” con Speranza, in cui si fa riferimento a quanto la cultura sia un’arma di difesa potentissima, o l’anti-tormentone “Piña Colada” feat. Izi, in cui con in mano uno dei classici cocktail da spiaggia, Vicario ci porta a interrogarci su quali siano le cose realmente importanti per ognun* di noi.

L’attualità e i temi trattati

Leggendo i testi di Margherita Vicario non si farebbe fatica a definirla un’artista impegnata socialmente, se non addirittura un’attivista. La già citata “Mandela” è un esempio dell’impegno sociale a cui mi riferisco, e dell’ironia con cui Vicario tende ad affrontare temi impegnati come il razzismo.

Ma il tema senza dubbio più presente è quello del desiderio di progresso e liberazione. In “Giubbottino” , per esempio, la cantautrice invita le donne a vivere liberamente la propria sessualità e a esprimere i proprio desideri in ambito sessuale.

In “Troppi preti troppe suore” questo desiderio diventa più esplicito, in quanto affronta un’istituzione secolare come può essere quella della Chiesa, che spesso instilla nella donna quel “senso di colpa” da cui tentiamo di scappare da anni. Nel brano in questione, un coro di bambini canta “‘Na guallera ‘sta storia del peccato originale
\ Che infatti anche a mia madre la trattate sempre male“, a riassumere in una sola frase il motivo di anni e anni di lotte femministe, che, si sa, non vanno troppo d’accordo con la religione.

In definitiva, nel nuovo album di Margherita Vicario c’è tutto. Dei pezzi che già conoscevamo, tutti da cantare sottopalco alla prima occasione possibile, dei pezzi su cui ballare come matt* ma che fanno riflettere su temi importanti. C’è il rap, c’è il pop sdolcinato e quasi strappalacrime da dedicare a chi amiamo (“Pincio” e “Fred Astaire”) e c’è la lotta per l’emancipazione servita con contorno di ritornelli che entrano come un tarlo anche nella testa di chi a “Giubbottino” ci è arrivat* solo perché apprezza la musica. Che dire, con un’artista del genere, ci sembra proprio di aver fatto “BINGO”!

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