Proiettato all’interno della sezione Alice nella città il pluripremiato film di Maura Delpero. Maternal (Hogar) racconta del delicato tema della maternità precoce in Argentina e di quelle suore che si mettono al servizio delle ragazze. Due maternità differenti che si fondono tra loro.

C’è una casa molto particolare in Argentina, anzi ce ne sono molte e hanno un nome: hogar. In spagnolo hogar non significa solamente casa, ma anche famiglia, focolare, insomma, il posto dove sentirsi realmente accolti. Gli hogar sono dei rifugi per ragazze madri dalla vita difficile senza altro posto dove andare, e alcuni di questi centri vengono gestiti dalle suore. Qui sacro e profano si fondono in una convivenza a prima vista insolita, quasi dissonante. La maternità spesso non desiderata delle ragazze e la castità delle reverende camminano l’una accanto all’altra come fosse la cosa più naturale del mondo. È questo che vuole raccontare Maura Delpero con il suo Maternal (titolo originale, appunto, Hogar), film di una nuova autorialità lieve e discreta proiettato giovedì 17 settembre alla festa del cinema di Roma.

Un momento di festa per le ragazze dell’hogar

Delpero, formazione da documentarista con alcuni premi vinti alle spalle, si getta nella finzione mantenendo uno sguardo obiettivo e mai forzato sul mondo perché, come dichiara lei stessa, ciò che le interessa è raccontare la realtà per come si mostra davanti agli occhi. Maternal è approdato alla festa del cinema di Roma dall’interno della sezione Alice nella città. Il film, che ha già collezionato numerosi premi e menzioni in vari festival tra cui quello di Locarno, è una coproduzione italo-argentina a cura di disparte e Vivo film, insieme a Rai Cinema e Campo Cine.

La trama di Maternal

Luciana, detta Lu, è ospite di un hogar gestito da suore italo-argentine. Ha diciassette anni, un carattere vivace e ribelle, oltre a una figlia piccola, Nina. Lu ha un nuovo ragazzo, chissà, magari sarà quello giusto che la porterà via da lì. L’arrivo di suor Paola (interpretata da Lidiya Liberman) rappresenta il punto di svolta. Lei così giovane, paziente e di indole comprensiva, quasi stona con le altre consorelle, più anziane e ligie al dovere, e di certo spiazza Lu, spesso in lotta con le suore a causa dei suoi modi poco adatti a un convento. Paola è lì per completare il suo noviziato prima di prendere i voti perpetui, ma non sa che la sua vocazione sarà presto messa alla prova. Lu, infatti, scappa per seguire il suo uomo, e sarà proprio suor Paola a farne le veci, affezionandosi alla piccola Nina. Scoprirà, così, quella maternità negata alle religiose, una maternità voluta eppure non cercata.

Parola alla regista Maura Delpero

Il film nasce da un’esperienza sul campo di Delpero, che spiega:

“Per quattro anni ho insegnato cinema in una casa d’accoglienza per ragazze madri proprio nella capitale argentina. E mi è piaciuto raccontare di queste suore migranti, io poi faccio la spola fra Italia e Argentina. È un cinema di realtà, volevo raccontare ciò che conoscevo profondamente.”

Nel periodo passato nell’hogar, Maura non ha mai fatto uso di macchina da presa, ha portato con sé solo un taccuino per annotare tutto ciò che la colpiva e farne tesoro. Il suo intento iniziale era semplicemente osservare, con visione da documentarista, la realtà che la circondava, la finzione è arrivata dopo.

suor Paola con in braccio uno dei piccoli dell’hogar

“È stata l’immagine epifanica di una giovane suora che cullava uno dei loro figli che ha messo in moto il film: in quel momento ho realizzato tutta la potenza del cortocircuito emotivo di un mondo femminile chiuso, paradossale e affascinante in cui la maternità precoce delle ragazze convive con quella assente delle religiose. La scrittura ha seguito il desiderio di evocare la complessità e le contraddizioni di questo universo singolare. ”

Contraddizioni che arrivano allo spettatore dolcemente e discretamente, con un ritmo che segue quello della vita, senza piegarsi a una narrazione spesso troppo brusca e rapida, rispettando, invece, i tempi di un luogo particolare come quello di un convento. Protagonista è anche il silenzio che segue la vita delle suore e che contrasta con i momenti in cui la protagonista è Lu, dove a seguirla è un perenne sottofondo di reggaeton, come se volesse rivendicare un’adolescenza soffocata dal candore della vita monastica.

La regista conclude

“A me interessa come, nel delinearsi della storia, i destini di queste donne così opposte si incrociano in una maniera per cui, alla fine, sono più simili di quello che possiamo pensare, come se vincesse l’universale sul particolare

Donne, eccezion fatta per la bravissima Liberman, interpretate da ragazze realmente ospiti di strutture simili a quella del film. Delpero riesce, in questo modo, anche a raccogliere il pesante fardello dell’eredità neorealista. Ci viene, così, restituito un affresco verace di un mondo lontano e per lo più sconosciuto, ma che vale la pena di apprendere per apprezzarne le tante sfumature.

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