Matt Bellamy dei Muse ha parlato del nuovo album dei Muse, The Wow! Signal, uscito ieri 26 giugno e di quanto abbia influito nella sua realizzazione, il delicato periodo affontato nella sua vita privata.

Il nome del nuovo capitolo discografico del trio di Teignmouth, The Wow! Signal, misterioso segnale arrivato nel 1976 e che si ritiene provenga dagli alieni, affronta ampiamente il desiderio di Bellamy di colmare il vuoto dell’ignoto, in particolare in seguito alla sua separazione dalla modella ed attrice, Elle Evans, madre di due dei suoi figli.

Matt Bellamy, le parole sul nuovo album dei Muse

Intervistato da NME durante le prove che la band sta effettuando prima della partenza per la tranche nordamericana del tour, ha raccontato: “È l’unico tour estivo valido in America che si svolge all’aperto, si colloca a metà strada tra le dimensioni di un’arena e di uno stadio, ma il problema è che non è possibile realizzare una produzione pazzesca”

I fan che si assisteranno nel mese di novembre alle date europee potrebbero auspicare che il tour oltreoceano, sia un’anteprima dei concerti invernali ma Bellamy ha affermato che le date negli Stati Uniti del gruppo sarebbero più ridotte per adattarsi agli anfiteatri americani.

L’ispirazione di Matt Bellamy per il nuovo album dei Muse

“Sarà una produzione simile a quella che abbiamo utilizzato l’estate scorsa, ma con qualche passo avanti e qualche personalizzazione per questo show. Ma quando torneremo nel Regno Unito a novembre, sarà una produzione completamente nuova e davvero fantastica.”

Sul decimo lavoro in studio dei Muse, il frontman ha rivelato che è arrivato a seguito di un periodo difficile di “lotte personali”. “L’anno scorso ho attraversato momenti difficili della mia vita personale, quindi realizzare questo album mi ha ricordato quando facevo musica da bambino, durante l’adolescenza, quando la musica era tutto. ‘Non posso vivere senza musica…Quella sensazione mi è tornata in mente in questo album. La musica è diventata di nuovo un’ancora di salvezza, una catarsi, la cosa a cui mi aggrappavo, per aggrapparmi alla mia identità.”