Il Governo Meloni e la riforma sui controlli dell’ export bellico: meno trasparenza sulle armi e più potere all’esecutivo. Bella schifezza.
Il governo italiano vuole modificare la legge 185/90, che regola l’esportazione di armi, per ridurre la trasparenza e limitare il controllo parlamentare. Le opposizioni e le associazioni denunciano il rischio di un via libera senza freni al commercio bellico, a scapito di vincoli etici e giuridici. La discussione è stata rinviata a marzo, ma l’intenzione dell’esecutivo è chiara: dare più margine di manovra all’industria delle armi e sottrarre il Parlamento dalla possibilità di vigilare.
Si tratta di una riforma pericolosissima, ma anche oggi non faremo niente al riguardo
La riforma eliminerebbe alcune garanzie fondamentali. Oggi il Parlamento riceve una relazione annuale sulle vendite di armi, ma con la modifica questa rendicontazione verrebbe ridotta e depotenziata. Il CISD, Comitato interministeriale per gli scambi di materiali di armamento, tornerebbe in funzione con il potere di revocare divieti imposti dal Ministero degli Esteri senza fornire alcuna giustificazione pubblica. Anche l’UAMA, il dipartimento del Ministero degli Esteri che autorizza le esportazioni, vedrebbe il suo ruolo fortemente ridimensionato, rendendo di fatto impossibile un controllo indipendente.
Le opposizioni e le organizzazioni per il disarmo denunciano un colpo alla trasparenza. “La trasparenza sul commercio di armamenti è fondamentale, ma ora rischia di sparire”, avverte Francesco Vignarca della Rete Italiana Pace e Disarmo. La riforma sarebbe anche in contrasto con i trattati internazionali, come quello dell’ONU sul commercio delle armi, che l’Italia ha firmato nel 2014. Nonostante le richieste di inserire riferimenti chiari al rispetto di questo trattato, il governo ha evitato di farlo, preferendo lasciare spazio a discrezionalità e opacità.
Meloni toglie i controlli all’export di guerra (e non solo)
Un’altra questione critica riguarda le banche. Attualmente gli istituti di credito devono segnalare le operazioni finanziarie legate all’export bellico, permettendo di monitorare almeno in parte i flussi economici. Con la riforma, questo obbligo verrebbe eliminato, lasciando di fatto mano libera ai produttori di armi e rendendo impossibile tracciare la destinazione dei fondi.
Nei porti italiani cresce la mobilitazione contro il traffico di armi. Il Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali (CALP) di Genova denuncia da anni l’invio di armamenti verso paesi coinvolti in conflitti, spesso in violazione della legge vigente. “Il governo vuole eliminare ogni vincolo sull’export di armi, favorendo solo l’industria bellica”, denuncia José Nivoi, portavoce del CALP. Le ONG, che da anni monitorano il commercio delle armi, verrebbero anch’esse escluse dal processo decisionale, perdendo ogni possibilità di intervento.
La discussione sulla riforma di Meloni e i controlli sull’export è rimandata
Nel frattempo, il governo cerca di prendere tempo. Dopo giorni di scontro nelle commissioni Esteri e Difesa, la discussione sulla riforma è stata rinviata a marzo. L’opposizione, grazie a un’azione di ostruzionismo, ha ottenuto un mese per cercare di bloccare il provvedimento. PD, AVS e M5S ribadiscono la necessità di difendere una normativa che per oltre trent’anni ha garantito trasparenza e controllo.
La premier Meloni, che ama autoproclamarsi paladina della legalità, in realtà spinge per smantellare uno dei pochi strumenti di controllo democratico sull’export di armi. La retorica della sicurezza si trasforma così nel solito favore alle lobby: meno controlli, più armi vendute e nessuna responsabilità politica. Se questa riforma passerà, il governo potrà decidere a chi vendere strumenti di guerra senza più doverlo giustificare. Un altro tassello nella costruzione di un potere sempre meno trasparente e sempre più autoritario.
Stiamo capendo che il provvedimento riduce i controlli sul commercio di armamenti?
Il governo italiano vuole modificare la legge 185/90, che regola l’esportazione di armi, per ridurre la trasparenza e limitare il controllo parlamentare. Le opposizioni e le associazioni denunciano il rischio di un via libera senza freni al commercio bellico, a scapito di vincoli etici e giuridici. La discussione è stata rinviata a marzo, ma l’intenzione dell’esecutivo è chiara: dare più margine di manovra all’industria delle armi e sottrarre il Parlamento dalla possibilità di vigilare.
La riforma eliminerebbe alcune garanzie fondamentali. Oggi il Parlamento riceve una relazione annuale sulle vendite di armi, ma con la modifica questa rendicontazione verrebbe ridotta e depotenziata. Il CISD, Comitato interministeriale per gli scambi di materiali di armamento, tornerebbe in funzione con il potere di revocare divieti imposti dal Ministero degli Esteri senza fornire alcuna giustificazione pubblica. Anche l’UAMA, il dipartimento del Ministero degli Esteri che autorizza le esportazioni, vedrebbe il suo ruolo fortemente ridimensionato, rendendo di fatto impossibile un controllo indipendente.
Meloni e controlli sull’export: non c’è trasparenza né sicurezza, vogliamo fare qualcosa o no?
Le opposizioni e le organizzazioni per il disarmo denunciano un colpo alla trasparenza. “La trasparenza sul commercio di armamenti è fondamentale, ma ora rischia di sparire”, avverte Francesco Vignarca della Rete Italiana Pace e Disarmo. La riforma sarebbe anche in contrasto con i trattati internazionali, come quello dell’ONU sul commercio delle armi, che l’Italia ha firmato nel 2014. Nonostante le richieste di inserire riferimenti chiari al rispetto di questo trattato, il governo ha evitato di farlo, preferendo lasciare spazio a discrezionalità e opacità.
Un’altra questione critica riguarda le banche. Attualmente gli istituti di credito devono segnalare le operazioni finanziarie legate all’export bellico, permettendo di monitorare almeno in parte i flussi economici. Con la riforma, questo obbligo verrebbe eliminato, lasciando di fatto mano libera ai produttori di armi e rendendo impossibile tracciare la destinazione dei fondi.
Nei porti italiani cresce la mobilitazione contro il traffico di armi. Il Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali (CALP) di Genova denuncia da anni l’invio di armamenti verso paesi coinvolti in conflitti, spesso in violazione della legge vigente. “Il governo vuole eliminare ogni vincolo sull’export di armi, favorendo solo l’industria bellica”, denuncia José Nivoi, portavoce del CALP. Le ONG, che da anni monitorano il commercio delle armi, verrebbero anch’esse escluse dal processo decisionale, perdendo ogni possibilità di intervento.
Meloni prende tempo, il nostro tempo
Nel frattempo, il governo cerca di prendere tempo. Dopo giorni di scontro nelle commissioni Esteri e Difesa, la discussione sulla riforma è stata rinviata a marzo. L’opposizione, grazie a un’azione di ostruzionismo, ha ottenuto un mese per cercare di bloccare il provvedimento. PD, AVS e M5S ribadiscono la necessità di difendere una normativa che per oltre trent’anni ha garantito trasparenza e controllo.
La premier Meloni, che ama autoproclamarsi paladina della legalità, in realtà spinge per smantellare uno dei pochi strumenti di controllo democratico sull’export di armi. La retorica della sicurezza si trasforma così nel solito favore alle lobby: meno controlli, più armi vendute e nessuna responsabilità politica. Se questa riforma passerà, il governo potrà decidere a chi vendere strumenti di guerra senza più doverlo giustificare. Un altro tassello nella costruzione di un potere sempre meno trasparente e sempre più autoritario.
Maria Paola Pizzonia, Autore presso Metropolitan Magazine





