Duro colpo per un settore in crescita che poteva aiutare l’economia nostrana: Meloni la fa grossa e vieta l’innocua cannabis light.
Quando un governo non rappresenta i nostri ideali politici tendiamo ad essere particolarmente critici, ma a volte, a prescindere dal vessillo, alcune misure sono semplicemente sbagliate. In questo caso la decisione di Meloni infliggerà un colpo all’economia italiana e lo farà in modo totalmente gratuito, attaccando una sostanza che non ha mai causato alcun problema come la cannabis light. L’ultimo emendamento del governo Meloni ha scatenato un dibattito acceso, anche se forse l’ha scatenato un po’ troppo tardi: la decisione di vietare la cannabis light è passata sotto il nostro naso.
Forse non ce ne stiamo accorgendo, ma è l’ennesima misura di questo governo che limita le libertà e che viene approvata senza che la stampa informi adeguatamente i cittadini e soprattutto, lo faccia per tempo.
Meloni vieta la cannabis light: come e quando è successo (ma soprattutto perché)
In breve: il governo Meloni ha recentemente proposto un emendamento al Ddl sicurezza che vieta la coltivazione e la vendita della cannabis light, anche se contiene meno dello 0,2% di THC, il principio attivo della cannabis responsabile degli effetti psicotropi.
L’emendamento del governo Meloni che vieta la cannabis light non è ancora stato approvato definitivamente, ma è attualmente in esame in commissione alla Camera dei Deputati. Questa mossa è stata giustificata dal governo con la necessità di equiparare tutte le varietà di cannabis, indipendentemente dal loro contenuto di THC, per semplificare le normative e prevenire abusi. Un’argomentazione che lascia piuttosto basiti considerato che molte sostanze “cugine” alle droghe più in voga sono utilizzate abitualmente nella scienza medica.
Secondo il segretario di +Europa, Riccardo Magi, questa decisione rappresenta una spinta repressiva e punitiva immotivata, che ignora ciò che c’è di più importante e cruciale: il fatto che la cannabis light non ha effetti droganti. Meloni sta facendo la guerra alla droga ad una sostanza che semplicemente non è una droga. L’emendamento comporterà gravi conseguenze per migliaia di operatori del settore.
Sebbene gli operatori del settore abbiano espresso il loro dissenso, la mancanza di un fronte unito e di una strategia di protesta efficace ha limitato l’impatto delle loro azioni. Molti cittadini probabilmente non erano (fino ad oggi) informati sugli impatti dell’emendamento. Molti addirittura potrebbero non comprendere appieno la differenza tra cannabis light e cannabis ad alto contenuto di THC. Con queste basi è stato impossibile produrre qualsiasi misura di lobbying efficace. La disinformazione e l’inerzia politica, come sempre, rischiano di farci perdere i diritti.
La cosa assurda è che la cannabis light non è una droga!
La cannabis light, con un contenuto di THC inferiore allo 0,2%, non ha effetti psicotropi e non può essere considerata una droga. Numerosi studi scientifici supportano la sua sicurezza e ne evidenziano i benefici terapeutici. Ad esempio, un’analisi del Journal of the American Medical Association ha dimostrato che il CBD, il principale componente non psicotropo della cannabis light, può aiutare a ridurre ansia, dolore cronico e infiammazione. Il tutto senza causare dipendenza. Se non c’è nè dipendenza fisica nè effetto psicotropo rilevante una sostanza non può semplicemente essere equiparata alle droghe.
Inoltre, è importante sottolineare che esistono sostanze legali (come l’alcool) presentano rischi ben più elevati per la salute. L’alcool crea dipendenza, è un dato di fatto, ed è riconosciuto come una delle droghe più dannose sia a livello individuale che sociale. Oltretutto non causa solo dipendenza, ma malattie croniche ed è una delle maggiori cause di mortalità alla guida. In confronto, la cannabis light offre un profilo di rischio nettamente inferiore e può essere un’alternativa più sicura per molte persone. Questa mossa di Meloni non è solo repressiva, ma anche illogica.
Alcune “droghe” legalmente vendute ad oggi in Italia
Le amfetamine e i loro derivati sono utilizzati in medicina per trattare condizioni come il Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività (ADHD) e la narcolessia. Adderall, un farmaco molto comune per l’ADHD, contiene una combinazione di amfetamine. Questi farmaci aiutano a migliorare la concentrazione e ridurre l’impulsività. Anche se meno comune, la metanfetamina è disponibile in forma legale come farmaco prescritto sotto il nome di Desoxyn, usato principalmente per trattare l’ADHD e l’obesità in casi estremi.
I derivati dell’oppio, come la morfina e la codeina, sono usati come potenti analgesici per il trattamento del dolore grave. Questi farmaci agiscono sul sistema nervoso centrale per alleviare il dolore ma possono causare dipendenza se usati in modo improprio. Anche la buprenorfina, un oppioide sintetico, è utilizzata nel trattamento della dipendenza da oppioidi grazie al suo effetto di riduzione dei sintomi di astinenza.
Questi farmaci sono strettamente regolamentati per evitare abusi e dipendenze, ma il loro uso legale in contesti medici dimostra che molte sostanze, considerate droghe in contesti ricreativi, possono avere importanti applicazioni terapeutiche. Allora perché vietare l’uso di CBD, mettendo oltretutto a rischio molti imprenditori italiani che hanno già aperto la propria attività?
Vietare la cannabis light farà chiudere degli esercizi commerciali mettendo in crisi molti imprenditori italiani: è questo che vuole la Meloni?
Il divieto della cannabis light avrà un impatto devastante sull’economia italiana. Il settore della cannabis light ha visto una crescita significativa negli ultimi anni, creando migliaia di posti di lavoro e generando entrate considerevoli per le piccole e medie imprese. Secondo le stime, questa industria potrebbe perdere fino a 11.000 posti di lavoro a causa della nuova legislazione.
Le aziende che operano legalmente nel settore della cannabis light si trovano ora ad affrontare una crisi senza precedenti. La chiusura forzata di molti negozi e la perdita di investimenti metteranno in difficoltà non solo i produttori e i rivenditori, ma anche l’intera filiera di supporto, dai coltivatori agli operatori logistici.
Il divieto della cannabis light da parte del governo Meloni rappresenta un passo indietro significativo per l’Italia. Ignorare le evidenze scientifiche e i benefici economici di questa industria non solo danneggerà migliaia di lavoratori, ma priverà anche molti italiani di una valida opzione terapeutica. In un momento in cui l’economia ha bisogno di sostegno e innovazione, questa decisione rischia di spegnere un’importante luce di speranza per il futuro. Mobilitiamoci.
Maria Paola Pizzonia, Autore presso Metropolitan Magazine




