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Recensione – Memorie di Idhun, cose che sarebbe meglio dimenticare

Memorie di Idhun, la nuova serie animata di Netflix, di produzione spagnola, si rivela tutt’altro che memorabile.

Stati Uniti e Giappone sono i due, grandi poli dell’animazione mondiale. Disney e Studio Ghibli, Nickelodeon e Toei Animation, Adult Swim e Madhouse, e si potrebbe continuare con paragoni più o meno azzardati. L’Europa ha reagito con pochi cartoni degni di nota, spesso co-prodotti con studi asiatici. La Francia è riuscita almeno a lanciare Wakfu, che ha goduto di un discreto successo. Quindi poteva sembrare interessante l’idea di un cartone esclusivo di Netflix prodotto da uno studio d’animazione ed uno staff spagnoli e basato su una serie di romanzi fantasy iberici. Purtroppo, non lo è stato.

Il solito isekai

Memorie di Idhun
Logo della serie – Photo credits: web

Memorie di Idhun narra la storia di Jack, un ragazzo i cui genitori vengono uccisi dal misterioso Kirtash. Salvato da Victoria, Shail e Alsan, viene portato da loro in un mondo parallelo dove il tempo non scorre per unirsi alla Resistenza. Kirtash, infatti, è un servo del mago Arshan, che sta causando la fine del mondo di Idhun, da cui i tre provengono.

Già dalla premessa, Memorie di Idhun si colloca nel fortunato genere dell’isekai, nel quale il protagonista si ritrova in un mondo parallelo. Proprio per questo, i problemi nascono dalla base: benché la lore del mondo di Idhun venga descritta lungo gli episodi, di questo mondo si sa ben poco. Alla fine della prima stagione, non potremmo parlare di nulla riguardo questo mondo. Paradossale poi pensare che Jack, in effetti, non lo vedrà mai, costretto in una sorta di “dimensione-limbo” dove il tempo, come detto, non scorre. Somigliante al Valhalla visto in Skyrim, anche riguardo questo luogo c’è poco da dire: una foresta, dove è sempre notte, che circonda una casa di legno.

Personalità non pervenuta

Da questo diventa facile comprendere il difetto maggiore di Memorie di Idhun: la mancanza di personalità. Insipida e generica, questa serie di cinque episodi risulta così blanda da essere facilmente dimenticabile. I personaggi hanno motivazioni che li spingono a combattere, mai però spiegati o sui quali si provi a dare una spiegazione.

Né i protagonisti né gli antagonisti si allontanano dai soliti stereotipi del genere. Jack è una sorta di “prescelto” che supera in pochi minuti il trauma della morte dei suoi genitori e impara a combattere per ottenere la solita “arma suprema”. I nemici, come Kirtash, che non si discosta dall’ormai pedante stereotipo del “ragazzino edgy”, risultano malvagi per il solo scopo di esserlo. Arshlan, lo “stregone oscuro” che ha causato la fine del mondo di Idhun, sembra averlo fatto per il solo gusto di farlo.
Certo, è vero che questa serie adatta solo il primo romanzo della saga di Laura Gallego (che per altro è anche co-sceneggiatrice degli episodi), ma di carne al fuoco ce n’è veramente poca.

Viene da chiedersi se non sarebbe stato meglio adattare Memorias de Idhun in un film, piuttosto che in una serie di appena cinque puntate. Avrebbe probabilmente aiutato anche la produzione artistica, autrice di animazioni spesso di scarsa fattura, combattimenti dimenticabili e un character design blando. Senza considerare che Victoria, che afferma di avere 13 anni, sembra essere un’universitaria.
Degno di riflessione è il fatto che non siamo in possesso di sufficienti dati per giudicare realmente Memorie di Idhun, pur avendo visto l’intera stagione. Molto probabilmente la serie avrà un seguito, ma chissà quanti decideranno di guardarlo, considerando l’ampia delusione che ha rappresentato.

Dopo esclusive animate che avevano davvero colpito critica e pubblico come Midnight Gospel e Great Pretender, Netflix compie un gigantesco buco nell’acqua con Memorie di Idhun. Memorie che spariranno in fretta dalle mente di tutti noi.

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