C’è un problema di fondo nella visione e nella conseguente critica dietro un film come Michael. La necessità spasmodica di veder rappresentate le diatribe legali, le questioni oscure e mai veramente risolte dietro alle accuse e ai processi di violenza che hanno avvolto la figura del re del pop negli ultimi decenni di vita non trova un riscontro nel suo biopic musicale. Ma è un riscontro che, già in partenza, non ci sarebbe stato. Il film si ferma al Bad Tour e a concerto del 1988 a Wembley, lo spettacolo che lo consacrò come la più grande star mondiale del Novecento. Quella di veder rappresentate le accuse, le presunte violenze e molestie è quindi una richiesta senza riscontro, insensata e quanto meno singolare. È una questione da rimandare ad un (ormai inevitabile) sequel. Se mai verrà veramente trattata oppure nascosta sotto il tappeto. Il problema più grave di Michael, allora, non sta nel non aver trattato certi temi, ma nel non averne proprio.
La figura di Michael Jackson è una figura quasi mistica, legata ad una visione dell’uomo e della star che rasenta la santità tra fan e sudditi del Re. E se da un lato è giusto rappresentare ciò che i fan credono sia la figura del cantante, dall’altro è altrettanto importante costruire un racconto che non rasenti l’agiografico, che tenti – almeno in parte – di osare qualcosa in più della sola venerazione cieca e al limite del folle. Micheal non fa niente di tutto ciò, non costruisce nessuna forma di contrasto drammaturgico, nessun processo di distruzione o creazione, nessuna lotta interna o esterna. È puro e semplice fan service, pura e semplice rappresentazione agiografica di chi, in fondo, sempre umano era. È innegabile che la figura di Micheal Jackson sia ancora oggi tanto ingombrante e probabilmente nessun biopic avrebbe potuto rendere giustizia alla vita di un uomo troppo ingombrante persino per il suo stesso corpo. Ma è altrettante innegabile che la cieca passione dei fan non aveva bisogno di alcuna riconferma, se non per un freddo e cinico guadagno.
Michael: drammaturgia

Il film ci trasporta agli albori della vita e della carriera di Michael Jackson: gli inizi in tenera età con i fratelli nei Jackson 5 a Gary, nell’Indiana di metà anni Sessanta. Fanciullezza mai veramente assaporata, quella di Michael è una vita fatta di lavoro e violenze fisiche da parte di un padre con il pallino del successo musicale. E, intravisto il talento del settimo di nove figli, fonda il gruppo di cinque Jackson per tentare la scalata al successo discografico. Esplosione che arriva negli anni successivi, grazie alla voce e alle movenze di un Mike ormai frontman della band. Ma il talento di Michael è troppo grande perché possa essere contenuto dentro le quattro mura di casa e dei Jackson 5. Così nel 1979 pubblica il suo primo album da solista, Off the Wall, che lo porta alla ribalta come la nuova stella della musica pop mondiale. E, attraverso i suoi successi musicali, il biopic ripercorre la vita del Re del pop fino al 1988, dove il concerto di Wembley lo rende il cantante più influente della storia. Ecco, Michael si ferma esattamente a questo livello qui: racconta le gesta e la vita attraverso la musica ma mai i conflitti, i dolori o le difficoltà nell’essere una delle figure più ingombranti del Novecento Occidentale.
E se il film inizialmente ci prova, con la figura del padre Joe (un grande Colman Domingo) che sottrae la giovinezza al piccolo Michael (l’esordiente Juliano Valdi che ruba la scena nel primo atto del film), quando Mike cresce e diventa un adulto tutto il discorso sulle violenze familiari, sulla difficoltà di crescere in un contesto conservatore e inscatolato nelle logiche del profitto perde completamente di senso se non completamente annullato. Joe Jackson diventa la macchia di sé stesso, un uomo che passivamente accetta, a bocca aperta, il futuro solista di Michael. Trama nell’ombra nel tentativo di far tornare i Jackson 5 (riuscendoci) ma non incide mai veramente e le violenze a suon di cintura non sembra avere effetto sul futuro di Michael. Anzi, è innegabile che (purtroppo) quell’ossessione paterna abbia contribuito alla creazione della figura santa del The Gloved One. Un aspetto a cui il biopic non vuole minimamente accennare.
Mettere in discussione
Ma l’elenco di problematicità di un biopic che non osa neanche un po’ è veramente tanto lungo. Dalla questione raziale, accennata come elemento di passaggio e mai più ripresa. Gli amori segreti del giovane MJ, da Stephanie Mills a Tatum O’Neal, fino alla mai veramente confermata relazione con Diane Ross (lei non è presente nel film per una questione di diritti). Michael Jackson viene rappresentato come una figura angelica, asessuata, totalmente estranea alla vita terrena e quasi francescana tra le sue giraffe e i suoi lama. Un concentrato di pop (Topolino è ovunque, dalla cameretta del Mike bambino fino alle magliette dell’MJ adulto) e di cinema: da Greta Garbo, Chaplin e Keaton fino a Singin’ in the Rain e Fred Aster. Un caleidoscopio di cultura popolare e ispirazione che formano un quadro, sempre incompleto, del The King of Pop. La sensazione è che quel controllo e quell’ossessione che ha vissuto fin dalla tenera età, non lasci andare Mike neanche postumo, neanche nella sua rappresentazione cinematografica.
Non c’è mai un momento in Michael che riesca a mettere in discussione la figura eterea e angelica di MJ. Ma è evidente che non ce ne era la volontà, ne da parte di Universal né di Antoine Fuqua. C’è solo un lavoro di cieca devozione, di ossequio costante a MJ e soprattutto al lavoro (questo si meraviglioso e gigante) del nipote Jaafar Jackson, impressionante per somiglianza di movenze e voce (anche se con qualche aiutino) allo zio. Ma non basta per rendere Michael un film riuscito. Figlio di una gestazione infinita fatta di tagli, cambi di piani, re-shooting e diatribe legali, il biopic di Michael Jackson è un film fatto e finito per i fan più accaniti e solo per loro. Non che ci sia nulla di male in questo, le operazioni commerciali funzionano proprio perché esiste un fandom a cui legarsi. Ma è innegabile che Michael sia un operazione maliziosa e faziosa. La musica di MJ non diventa praticamente mai un balsamo per curare le ferite di un uomo dai mille volti e dai mille angoli, anzi, è pura agiografica rappresentazione del Re del Pop. Un operazione cinematografica che può andare bene per i fan e per chi vuole ballare e cantare nel buio della sala, ma non per chi cerca qualcosa di (leggermente) più profondo.
Alessandro Libianchi





