In Myanmar, la giunta militare al governo ha concesso un’amnistia a 6.186 prigionieriin occasione del giorno dell’indipendenza, che ricorre il 4 gennaio. Il provvedimento include la liberazione di 52 stranieri, per i quali è stata già disposta l’espulsione dal Paese. Resta l’incertezza sul destino dei detenuti politici, in quanto il governo militare non ha dichiarato se il rilascio include anche gli oppositori. Non è stata fornita alcuna notizia in merito al rilascio di Aung San Suu Kyi, l’ex leader arrestata durante il colpo di stato del 2021.

Rilascio dei detenuti nel pieno del processo elettorale

I militari, oltre alle scarcerazioni, hanno ridotto notevolmente le pene, pari a un sesto, su tutto il territorio nazionale. Sono, però, esclusi coloro che sono stati condannati per reati gravi, quali: omicidio, terrorismo e traffico d’armi. I vertici al potere hanno scelto anche in altre occasioni date simboliche per compiere gesti simili. Per esempio, lo scorso aprile avevano graziato circa 5.000 persone, mentre a novembre ne avevano liberate altre 3.000.

La scelta del rilascio avviene nel pieno del processo elettorale, i cui risultati arriveranno a fine gennaio. Le prime elezioni, svoltesi in seguito al colpo di stato, si dividono in tre turni: fra il 28 dicembre 2025 e il 25 gennaio 2026. Per ora, i dati parziali confermano un netto vantaggio del Partito dell’Unione della Solidarietà e dello Sviluppo, l’unico che, in aggiunta, ha il pieno sostegno dei militari. La comunità internazionale, però, non è certa di queste votazioni. Lo scetticismo deriva dal controllo che la giunta esercita solo su metà del territorio birmano. Il resto del paese, invece, è controllato da gruppi armati della resistenza. Inoltre, i generali hanno impedito alle opposizioni di partecipare o svolgere una campagna elettorale regolare, privando il processo del valore democratico.

Stefania Cirillo