Che siano post su Instagram o video pubblicati su TikTok e YouTube, uno dei commenti abituali è “trovati un vero lavoro”, o ancora “ma perché non vai a lavorare?”. Per molti utenti, in effetti, è ostico considerare quello dell’influencer un lavoro autentico. Pur conoscendone il funzionamento e gli obblighi che ne derivano, continuano a percepirlo come un hobby o una mera perdita di tempo. L’albo degli influencer pare abbia proprio l’obiettivo di regolarizzare l’occupazione, conferendo un’adeguata tutela e credibilità. Sembra non vi sia alcuno svantaggio ma, a giudicare dalle perplessità sollevate da molti utenti, l’iscrizione al registro potrebbe avere l’effetto contrario. I quesiti, così come le preoccupazioni, sono numerosi. È meglio, quindi, analizzarle insieme.
E quindi, quali sono questi criteri?
Le persone solitamente non vedono di buon occhio qualsiasi impiego con caratteristiche differenti dalla norma, come orari improponibili e sottopagati. Se in aggiunta il lavoro include attività oggettivamente divertenti o stimolanti il livello di credibilità cala al minimo. Pur non avendo goduto di una buona attendibilità il settore si è dimostrato in continua evoluzione, sia per la vasta variegatura di contenuti, sia per la facilità di raggiungere un ampio pubblico. Essendosi poi modellato e rifinito in tempi relativamente recenti è parso necessario imporre regole, limitazioni, trasparenza e sanzioni. Pertanto l’AGCOM ha rilasciato il 6 novembre 2025 l’elenco degli influencer rilevanti, un registro in cui è obbligatorio iscriversi se vengono rispettati criteri specifici.
I due criteri da considerare, dapprima indicati come gli unici, includono almeno 500.000 follower o 1.000.000 di views. Ciò significa che chiunque, a patto che superi una delle due soglie, è tenuto a iscriversi? I chiarimenti sarebbero stati fondamentali fin dal principio visto che la multa da pagare in caso di mancata iscrizione all’albo è di 103.000 €. Ad ogni modo la risposta sembra essere negativa. Sembra che se qualcuno “non svolge attività di creator o di influencer come professione e non ne ricava reddito non è tenuto a iscriversi”. La suddetta precisazione, però, non elimina tutti i dubbi. In primo luogo: cosa si intende per reddito? Ci si riferisce a qualunque entrata derivante esclusivamente dai contenuti, o vi rientrano anche sponsorizzazioni e simili? La questione economia è determinante ma, al tempo stesso, imprecisa.
Limitazioni sì, ma fino a che punto?
L’ambiguità su una competenza determinante non è l’unico fattore che innesca dubbi negli utenti. I casi di hackeraggio, ad esempio, non sono sporadici e possono interessare chiunque, soprattutto personaggi socialmente esposti. Dunque cosa accadrebbe qualora un individuo decidesse di hackerare e pubblicare sul profilo di un influencer contenuti che violano le linee guida? La multa a quel punto verrebbe sospesa in attesa di accertamento? Una risposta chiara a un problema reale non esiste ancora. I dubbi significativi, mio malgrado, non finiscono qui. Molti si sono interrogati sull’eventuale iscrizione di altri personaggi di spicco, quali: cantanti, attori, scrittori e, soprattutto, politici. Persone che obiettivamente possono rientrare senza sforzo nei requisiti richiesti.
Infine alcuni si sono chiesto per quale motivo la corretta informazione deve gravare sulle spalle dei cittadini. L’iscrizione all’albo, difatti, impone agli influencer una serie di obblighi obbiettivamente giusti. Non vi è nulla di trascendentale, si parla di: rispetto alla dignità umana, tutela dei minori, veridicità sulle informazioni e sull’uso della tecnologia, trasparenza commerciale e identificabilità. Essendo delle limitazioni dettate in parte anche dal buon senso, cosa causa il fastidio che alcuni avvertono? In primo luogo nelle regole, come negli esempi riportati poco prima, molti elementi appaiono poco specifici. In secondo luogo cosa si intende per corretta informazione? Perché, più spesso di quanto si immagini, alcune testate giornalistiche o telegiornali – nate per la diffusione di una corretta informazione – sembrano non preoccuparsene. Quindi alcuni influencer impegnati nell’onesta divulgazione potrebbero essere limitati?
Sebbene considerare l’influencer una professione reale non otterrà l’approvazione generale, sta diventando innegabile. L’iscrizione all’Albo può rappresentare concretamente una svolta positiva per la regolarizzazione di un lavoro sempre più diffuso, ma è necessario che sopraggiungano chiarimenti, specifiche e definizioni dettagliate. Altrimenti potrebbe esserci il rischio di una censura su vasta scala. Molti si augurano che tutte le domande trovino risposta. Noi, per adesso, ci auguriamo che non si tramuti in un tentativo di limitare la diffusione di informazioni considerate “scorrette”.
Stefania Cirillo





