Un neo nazista è stato espulso dal festival “Punk Rock Bowling” di Las Vegas ed è giusto: ecco perchè. Il 26 maggio 2025, un uomo è stato fisicamente cacciato dal Punk Rock Bowling Festival di Las Vegas per aver indossato una maglietta arancione con il logo delle SS, simbolo storicamente associato alle Schutzstaffel naziste e oggi marchio di fabbrica dei suprematisti bianchi contemporanei. I video, subito virali, mostrano l’uomo mentre viene spinto, strattonato e infine buttato fuori da un gruppo di partecipanti al grido di “Get this Nazi out!”.
Cos’è il Punk Rock Bowling
Nato nel 1999 come un evento underground e antifascista, il Punk Rock Bowling è oggi uno dei festival punk più iconici degli Stati Uniti. Si svolge ogni anno a Downtown Las Vegas e riunisce una scena intersezionale, politicizzata e ostinatamente anticapitalista. Sul palco nel 2025: Social Distortion, Peter Hook & The Light, Suicidal Tendencies, e decine di band che hanno fatto la storia della controcultura. Non è un semplice festival musicale: è una piattaforma politica, queer, working class e anti-polizia. Lo spirito di DIY o morte resiste.
Perché un nazista va espulso ad un festival punk
L’uomo indossava una t-shirt dei Dago Choppers, un club motociclistico controverso, con i famigerati fulmini delle SS stampati in grande. L’Anti-Defamation League conferma: quel simbolo è comunemente usato da gruppi neonazisti. Come commenta anche il Fatto Quotidiano, il pubblico non ha avuto esitazioni. Nessun intervento delle autorità. Nessuna mediazione. Lo hanno scaraventato fuori e, francamente, non poteva andare diversamente.
Il fatto è che il punk è politico, oppure non è niente
La scena punk è nata come rifiuto del fascismo, del razzismo e della repressione. Chi prova a presentarsi a un festival punk con addosso simboli nazisti non ha sbagliato evento: ha sfidato una comunità. E quella comunità ha risposto. Questa non è “cancel culture” né “violenza gratuita”, come lamentano i soliti difensori dell’intolleranza travestiti da libertari. Questo è antifascismo dal basso, quello reale, che non ha bisogno di comunicati stampa ma di corpi che agiscono. Quando le autorità non intervengono, le persone lo fanno. Perché chi porta simboli del genocidio non può trovare rifugio in una scena costruita da emarginati, migranti, queer, poveri, ribelli.
In un’epoca dove fascisti e reazionari cercano di infiltrarsi ovunque (travestiti da ribelli o da provocatori) la musica e la cultura punk non sono terreno neutro. È battaglia simbolica, un contrasto all’Egemonia Culturale, che ha regole chiare: nessun fascista sul palco, sotto al palco, o nei paraggi. Chi non capisce questa regola basilare, può farsi una playlist su Spotify. Il punk, quello vero, è ancora uno spazio politico (per fortuna). E, come tale, non accoglie i nemici.
Maria Paola Pizzonia, Autore presso Metropolitan Magazine




