In ricordo di Paolo Borsellino

Nel giorno del ricordo del giudice Paolo Borsellino torna a far sentire la sua voce la figlia Fiammetta. Lo fa con una lettera pubblicata da Repubblica sulla quale vengono messe nero su bianco le domande che la figlia del giudice si pone da anni. Senza ricevere alcuna risposta. Intanto per la Corte d’assise di Palermo l’invito al dialogo fatto recapitare a Riina dai Carabinieri del Ros accellerò gli eventi che portarono alla strage di Via D’Amelio.

Fiammetta Borsellino (Foto dal web)

“Sono passati 26 anni dalla morte di mio padre, Paolo Borsellino, ucciso a Palermo insieme ai poliziotti della sua scorta, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. E ancora aspettiamo delle risposte da uomini delle istituzioni e non solo, su un depistaggio iniziato nel 1992, ordito da vertici investigativi ed accettato da schiere di giudici”.

Inizia così la lettera pubblicata ieri da Repubblica, seguono tredici domande rivolte ai suddetti vertici investigativi. Domande che fino ad ora sono sempre cadute nel vuoto, inghiottite dalle troppe zone d’ombra riguardanti le indagini sull’attentato al giudice Borsellino. Fiammetta si chiede come sia possibile che non fossero state applicate tutte le procedure di sicurezza per proteggere suo padre, come ad esempio il divieto di parcheggiare le auto in Via D’Amelio. Soprattutto si chiede perchè il procuratore capo di Palermo Pietro Giammanco non avesse informato il giudice dell’informativa del Ros riguardante un carico di tritolo arrivato in Sicilia, lo stesso tritolo con cui venne imbottita la Fiat 126. Domande affidate ad un quotidiano, come ultima spiaggia dopo aver trovato davanti a se un muro di silenzio. Fa nomi e cognomi Fiammetta Borsellino, tira in ballo i Pm di Caltanissetta che durante i 57 giorni tra la strage di Capaci e Via D’Amelio non ritennero importante sentire Paolo Borsellino, nonostante il giudice gridasse a gran voce di avere informazioni. Proprio il periodo tra i due attentati è stato messo sotto la lente di ingrandimento da chi sostiene che occorra maggiore chiarezza. In quei giorni Borsellino appare inquieto, rassegnato e combattivo allo stesso tempo. Inquieto perchè ha capito che Cosa Nosta non è l’unico nemico da cui guardarsi, rassegnato per lo stesso motivo e combattivo perchè sa di avere poco tempo. Un fatto sconcertante avviene durante un colloquio con il pentito Gaspare Mutolo tenutosi a Roma in gran segreto. L’interrogatorio viene interrotto perchè il giudice è convocato al Ministero degli Interni, li incontra il Ministro e Bruno Contrada. Lo stesso Mutolo riferisce agli inquirenti che Borsellino tornò dal ministero molto agitato, tanto da accendersi una sigaretta mentre ne stava fumando un altra. Data la segretezza dell’interrogatorio, nessuno doveva sapere della presenza del giudice a Roma, ne tanto meno della ragione della sua “visita”. Borsellino si rese conto di essere nel mirino e di non potersi fidare di nessuno, lo confermano i familiari, i quali descrivono un uomo che con il passare dei giorni si è sempre di più chiuso in se stesso. Ma è all’indomani della sua morte che iniziano a presentarsi molte incongruenze nelle indagini. Partendo da quell’agenda rossa mai ritrovata su cui Fiammetta pone la sua attenzione. Si chiede perchè il giudice Ayala, all’epoca parlamentare nonchè uno dei primi ad accorrere sul luogo, abbia fornito dichiarazioni contrastanti sulla valigetta di Borsellino. Il primo processo sulla stage si è basato su un testimone ritenuto inattendibile dalla Boccassini, salvo poi autorizzare la polizia ad avere 10 colloqui con Scarantino. Figura sconosciuta nell’ambito delle indagini su Cosa Nostra, Scarantino da piccolo delinquente di borgata diventa testimone chiave in un processo per strage. Lo stesso Scarantino che dopo aver “confessato” venne affidato alla squadra di La Barbera, invece che essere assegnato al normale servizio di protezione testimoni.

(Foto dal web)

Le domande di Fiammetta Borsellino sono le domande di tutti noi. Le risposte a queste domande arriveranno, arriveranno in ritardo e non da confessioni dei diretti interessati, rinchiusi nel loro silenzio e bloccati dalla loro vergogna.

1. Perché le autorità locali e nazionali preposte alla sicurezza non misero in atto tutte le misure necessarie per proteggere mio padre, che dopo la morte di Falcone era diventato l’obiettivo numero uno di Cosa nostra?

2. Perché per una strage di così ampia portata fu prescelta una procura composta da magistrati che non avevano competenze in ambito di mafia? L’ufficio era composto dal procuratore capo Giovanni Tinebra, dai sostituti Carmelo Petralia, Annamaria Palma (dal luglio 1994) e Nino Di Matteo (dal novembre ’94).

3. Perché via D’Amelio, la scena della strage, non fu preservata consentendo così la sottrazione dell’agenda rossa di mio padre? E perche’ l’ex pm allora parlamentare Giuseppe Ayala, fra i primi a vedere la borsa, ha fornito versioni contraddittorie su quei momenti?

4. Perché i pm di Caltanissetta non ritennero mai di interrogare il procuratore capo di Palermo Pietro Giammanco, che non aveva informato mio padre della nota del Ros sul “tritolo arrivato in citta’” e gli aveva pure negato il coordinamento delle indagini su Palermo, cosa che concesse solo il giorno della strage, con una telefonata alle 7 del mattino?

5. Perché nei 57 giorni fra Capaci e via D’Amelio, i pm di Caltanissetta non convocarono mai mio padre, che aveva detto pubblicamente di avere cose importanti da riferire?

6. Cosa c’è ancora negli archivi del vecchio Sisde, il servizio segreto, sul falso pentito Scarantino (indicato dall’intelligence come vicino ad esponenti mafiosi) e sul suo suggeritore, l’ex capo della squadra mobile di Palermo Arnaldo La Barbera?”. 

“7.Perché i pm di Caltanissetta non depositarono nel primo processo il confronto fatto tre mesi prima fra il falso pentito Scarantino e i veri collaboratori di giustizia (Cancemi, Di Matteo e La Barbera) che lo smentivano? Il confronto fu depositato due anni più tardi, nel 1997, solo dopo una battaglia dei difensori degli imputati.

8. Perché i pm di Caltanissetta furono accomodanti con le continue ritrattazioni di Scarantino e non fecero mai il confronto tra i falsi pentiti dell’inchiesta (Scarantino, Candura e Andriotta), dai cui interrogatori si evinceva un progressivo aggiustamento delle dichiarazioni, in modo da farle convergere verso l’unica versione?

9.Perché la pm Ilda Boccassini (che partecipò alle prime indagini, fra il giugno e l’ottobre 1994), firmataria insieme al pm Sajeva di due durissime lettere nelle quali prendeva le distanze dai colleghi che continuavano a credere a Scarantino, autorizzò la polizia a fare dieci colloqui investigativi con Scarantino dopo l’inizio della sua collaborazione con la giustizia?

10. Perché non fu mai fatto un verbale del sopralluogo della polizia con Scarantino nel garage dove diceva di aver rubato la 126 poi trasformata in autobomba? Perché i pm non ne fecero mai richiesta? E perché nessun magistrato ritenne di presenziare al sopralluogo?

11. Chi è davvero responsabile dei verbali con a margine delle annotazioni a penna consegnati dall’ispettore Mattei a Scarantino? Il poliziotto ha dichiarato che l’unico scopo era quello di aiutarlo a ripassare: com’è possibile che fino alla Cassazione i giudici abbiano ritenuto plausibile questa giustificazione?

12. Il 26 luglio 1995 Scarantino ritrattava le sue dichiarazioni con un’intervista a Studio Aperto. Prima ancora che l’intervista andasse in onda, i pm Palma e Petralia annunciavano già alle agenzie di stampa la ritrattazione della ritrattazione di Scarantino, anticipando il contenuto del verbale fatto quella sera col falso pentito. Come facevano a prevederlo?

13.Perchè Scarantino non venne affidato al servizio centrale di protezione, ma al gruppo diretto da La Barbera, senza alcuna richiesta e autorizzazione da parte della magistratura competente?”. 

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