Cinema

“Nella valle di Elah”, il film di Paul Haggis che spara al cuore

“Sai cosa significa quando una bandiera sventola capovolta? È una richiesta internazionale di soccorso”. Hank Deerfield (Tommy Lee Jones), veterano di carriera militare, insegna al più giovane alzabandiera come questa va issata: non “a testa in giù”. Un film di vera simbologia, di messaggi nascosti, a partire dal titolo: il nome biblico, luogo di Israele dove secondo le Sacre Scritture, si svolse la battaglia tra Davide e Golia. “Nella valle di Elah“, stasera in tv: da una storia vera, si guarda all’interno lo sporco gioco della guerra in Iraq.

Il Re David e la paura nella valle

Nella valle di Elah, foto wordpress.com

Siamo nei casini e qualcuno deve venire a salvarci il culo perché non ce la caviamo da soli“. Il film è del 2007, diretto da Paul Haggis. Come già aveva fatto Brian De Palma in “Redacted“, il regista sceglie di raccontare la guerra scavando nell’interno. Nella Bibbia (Samuele, capitolo 17), si nomina la ‘valle di Elah’. Nel film “Nella valle di Elah“, appare la coincidenza secondo cui Davide (come il nome del Re David che sconfigge il gigante Golia), è il figlio maggiore di Hank a cui la divisa è costata la vita, ed è anche il nome del bambino di Emily Sanders (Charlize Theron), la poliziotta detective a cui Hank racconta e si affida per le ricerche del figlio minore scomparso. Quando il telefono squilla e risponde Hank, è la base militare dove presta servizio il figlio Mike (Jonathan Tucker), che come il padre voleva dimostrare fedeltà al suo paese. Questi risulta irrintracciabile; era in libera uscita, appena tornato dall’Iraq, ma di lui non si hanno più notizie. Forse è un disertore.

Lasciata a casa la moglie Joan (Susan Sarandon), che gli rimproverava di aver avviato entrambi i figli alla vita dell’esercito, Hank percorre in macchina gli Stati Uniti alla ricerca del figlio scomparso. Dalle indagini si scoprirà che Mike è stato barbaramente ucciso con 42 coltellate, tagliato a pezzi, parzialmente bruciato, e lasciato in pasto agli animali selvatici sulla strada del deserto del New Mexico. Secondo un regolamento di conti della criminalità messicana, nell’ambito di un traffico di stupefacenti. E da alcuni filmati sul telefono del giovane, si apprende che pur non essendo uno spacciatore, faceva uso di stupefacenti con altri commilitoni del suo reparto. Video che offrono una diversa visione, più realistica, della guerra, tanto da cambiare le coscienze.

La bandiera sugli occhi

I lunghi mesi trascorsi a combattere in Iraq, avevano fortemente deviato l’indole del ragazzo, tanto da trasformarlo in un sadico. Che torturava i prigionieri feriti per puro svago, tra le risate dei commilitoni. Loro lo chiamavano doc, in una sorta di soprannome cameratesco, per la sua abitudine di infilare le dita dentro le ferite dei prigionieri domandano “è qui che ti fa male?“. Mettendo in luce la folle violenza, gli istinti barbari, di tutti coloro condizionati e esaltati dal culto della guerra. Tutto risale a quando, all’inizio della sua permanenza al fronte, rispettando le direttive militari che proibivano la sosta dei mezzi per evitare un possibile attacco, il giovane non si era fermato con la jeep, davanti a un bambino che raccoglieva un pallone sulla strada. Investendolo e uccidendolo. Da allora, non si era più ripreso. Una richiesta d’aiuto, messa dentro una telefonata fatta al padre in cui piangendo era disgustato dalle atrocità viste, restò senza risposta. Per il genitore, il figlio era soltanto un debole, che non poteva quindi essere impavido liberatore, come egli sperava.

Tratto da un fatto di cronaca che scosse profondamente gli Stati Uniti durante la presidenza Bush. Il film racconta gli anni di crisi della politica del presidente Bush, con la conseguente vittoria di Obama, e il rifiuto della guerra come ‘normale pratica politica’. Si tratta di una pellicola a basso costo, dove anche gli attori hanno ricevuto bassi compensi. Inizialmente Haggis voleva affidare a Clint Eastwood, la parte di Hank Deerfield. Quel padre che onora tutte le mattine i rituali militari a cui era stato fedele per tutta la carriera. Che viene ritratto mentre meticoloso si rifà il letto, o si rade la barba con cura, o nello stirare i pantaloni con perfezione. Dettagli che possono apparire lungaggini, ma danno significato profondo alla storia.

America chiama aiuto

Paul Haggis ritiene la guerra in Iraq la più infame delle guerre: “La guerra in Iraq è (…) urbana, i civili vengono uccisi quotidianamente (…). Qui i militari girano fra uomini, donne, bambini che sono lì quando si spara“. E, in realtà, per il suo film, ha tratto spunto da un articolo di Mark Boal, giornalista sceneggiatore, apparso su “Playboy“, quando dalle pagine patinate che lasciano poco all’immaginazione, spuntavano anche articoli di denuncia. Amplificandone la drammaticità della narrazione grazie alla documentazione audiovisiva prodotta dagli stessi soldati sul campo.

Il regista di “Nella valle di Elah“, lo stesso sceneggiatore di “Million Dollar Baby”, “Flags of Our Fathers”, “Letters From Iwo Jima”, “Casino Royale“, e premio Oscar per “Crash“, attribuisce un grido d’aiuto a quella bandiera stelle e strisce capovolta. Logora, a brandelli, fermata con il nastro isolante, ma issata in alto. Contro quella convinzione, inizialmente così viva nel padre, che la paura sia il più indegno dei sentimenti per un soldato, e per un uomo. Invece, la paura può e deve ‘sventolare’, trovare via d’uscita dalle corde vocali. “Amo questo titolo”, ha spiegato Haggis, “perché contiene tanti dei temi affrontati dal film. Il Re Saul mandò il figlio David nella valle di Elha a combattere contro Golia, arnato solo di cinque pietre. Mi sono chiesto: Ma chi farebbe una cosa del genere? Chi spedirebbe un ragazzo a combattere contro un gigante? Il film parla della nostra responsabilità per aver mandato tanti giovani uomini e donne in guerra”.

Federica De Candia Seguici su Google News

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