Nigeria, dove studiare è diventato un atto di resistenza: i rapimenti di massa e la povertà educativa che non vogliamo vedere

Sette giorni di rapimenti consecutivi. Scuole prese d’assalto. Centinaia di bambine e bambini sequestrati, venduti, dispersi, spesso destinati a diventare schiavi sessuali o addestrati come bambini soldato. Il Nord della Nigeria è di nuovo sotto attacco: un ciclo di violenza che non è nuovo, ma che oggi mostra il fallimento strutturale di uno Stato corrotto, militarizzato, incapace perfino di proteggere l’istruzione — l’unico strumento che può spezzare il cerchio della povertà.

Mentre la violenza cresce, l’informazione internazionale continua a ridurre la situazione a un “conflitto religioso”, un frame rassicurante che permette all’Occidente di evitare domande scomode. In realtà, ciò che sta devastando la Nigeria è una miscela tossica di banditismo, jihadismo, corruzione e assenza di governance. Uccidendo la possibilità di studiare, di emanciparsi, di immaginare un futuro.

Un Paese in ostaggio: donne, ragazze e bambini come merce

Gli ultimi assalti mostrano un copione ormai consolidato. Il 24 novembre, Stato di Kwara: viene rapita una donna incinta, dieci bambini e due madri che allattavano.

21 novembre, Stato del Niger: attaccata la St. Mary’s Catholic Co-educational School. Rapite 265 persone: 239 alunni, 14 studenti più grandi, 12 membri dello staff. 17 novembre: rapito un sacerdote a Kaduna e almeno 25 studentesse a Kebbi. Il terrore raggiunge villaggi, scuole, comunità rurali. Ogni rapimento produce una catena di disperazione che si aggrava di rapimento in rapimento: meno scuole aperte, meno ragazze che studiano, più famiglie che vogliono scappare, più migrazione irregolare.

Ricordiamo che la Nigeria è già un Paese dove:

  • il tasso di analfabetismo è del 31%,
  • solo il 40% delle ragazze frequenta la scuola secondaria,
  • centinaia di scuole vengono chiuse “per sicurezza”

Nel mentre, le bambine rapite, bambine scomparse, non scandalizzano abbastanza Era il 2014 quando Boko Haram portò via 276 studentesse. L’hashtag #BringBackOurGirls fece il giro del mondo, Michelle Obama lo rilanciò, i riflettori si accesero, e poi si sono spenti. Molte ragazze non sono mai tornate

E oggi il meccanismo è identico: le bande armate rapiscono bambine e ragazze che diventano merce sessuale, spose bambine, parte di un mercato nascosto che tutti fingono di non vedere. I bambini maschi vengono invece trasformati in soldati, bracci armati, futuri banditi. Una pipeline della violenza.

Non è un conflitto religioso, ma economia della violenza e colonialismo

Oggi Boko Haram non è più l’unico attore. A terrorizzare il Nord e la Middle Belt sono soprattutto i bandits, gruppi armati che vivono di estorsioni e rapimenti. Si muovono in territori fuori controllo, comunicano apertamente sui social, sfidano lo Stato: non hanno paura perché sanno di non essere puniti.

“Li vediamo ogni giorno a volto scoperto”

denuncia l’attivista per i diritti umani Esohe Agathise. La polizia non interviene, o interviene tardi, o viene corrotta. In un Paese di quasi 240 milioni di abitanti, con una carenza cronica di forze di sicurezza, la decisione del presidente Tinubu di ritirare 100.000 agenti assegnati ai VIP non basta a riparare anni di fallimenti strutturali. La violenza prospera dove lo Stato abdica.

Povertà educativa come arma: la scuola come bersaglio strategico

I rapimenti non sono solo un mezzo per fare soldi: sono un attacco sistematico al futuro. Chi rapisce i bambini sa che ogni scuola chiusa significa meno alfabetizzazione, più dipendenza economica, più vulnerabilità alla radicalizzazione, più desiderio di migrare. È la “sindrome Japa”: scappare, andare altrove, lasciare tutto. Una strategia che conviene a tutti gli attori del caos: banditi, trafficanti di esseri umani, milizie, perfino alcuni segmenti corrotti dello Stato.

E l’Occidente? Si scuote solo quando la vittima è “rilevante”. Quando in Nigeria muoiono cristiani. Le vite che somigliano al pubblico occidentale entrano nelle notizie, le altre diventano “instabilità africana”, senza nome né corpo. un rumore di fondo. Ma, ricordiamo, la povertà educativa alimenta migrazioni forzate, crisi umanitarie e nuove forme di autoritarismo.

Maria Paola Pizzonia