Cultura

‘Noi’ è una grande allegoria sull’America di Trump

Secondo lungometraggio del pluripremiato Jordan Peele, “Noi” usa suspense e terrore per parlare del rovescio del sogno americano.

Una scena del film, fonte: Divulgazione

I confronti sono inevitabili e, in linea di principio, possono sembrare ingiusti, ma non per le ragioni più ovvie. ‘Noi‘ seconda pellicola del premiato regista americano Jordan Peele (Scappa – Get Out), In mostra nelle sale cinematografiche italiane a partire dal 4 Aprile, porta, sì, un eco abbastanza esplicito di grandi classici del suspence (e terrore) come Lo squalo ( 1975) di Steven Spielberg e Gli Uccelli (1963) di Alfred Hitchcock, ma è molto lontano dall’essere un pasticcio di citazioni, o addirittura un tributo.

Le somiglianze iniziano con il fatto che, come questi classici, la maggior parte della trama si svolge in una, quasi archetipica, città costiera idilliaca negli Stati Uniti, così bella e apparentemente pacifica che sembra essere l’ultimo posto sul pianeta dove qualcosa di terribile può accadere. Fin qui niente di nuovo: la dicotomia paradiso/inferno è molto presente nella cinematografia americana. La serie di Twin Peaks, di David Lynch, che lo dica! Provare a fare di Peele un successore di Hitchcock o di Spielberg, tuttavia, è banalizzarlo, considerandolo come un creatore derivato e non un artista originale, che, a quanto sembra, lo è, avendo prodotto un film tanto ottimo quanto, se non migliore, di Scappa – Get Out.

La magnifica Lupita Nyong’o in una scena del film, fonte: Divulgazione

Peele che ha anche scritto la sceneggiatura, fa della località balneare soleggiata di Santa Cruz, tra il mare e un lago paradisiaco, pieno di gabbiani (come in Gli Uccelli) il luogo perfetto per quasi qualsiasi essere vivente, specialmente per una famiglia apparentemente felice come i Wilson. Il padre, Gabe (Winston Duke, Black Panther) è un tipo bonario, divertente, orgoglioso dalla sua casa estiva, dalla nuova barca con la quale può navigare nelle acque del lago. Adelaide, o Addie (Lupita Nyong’o, straordinaria), la madre, è più sobria, seria, e guida la famiglia con rigore, ma anche dolcezza. La coppia ha due figli: Zora (Shahadi Wright Joseph), la tipica adolescente che preferisce il cellulare a interagire con il resto del clan, e Jason (Evan Alex), che indossa una camicia di squalo e si nasconde dietro una maschera tutto il tempo, come se cercasse di proteggersi da qualcosa che nemmeno lui sa cosa sia. Ma che presto tutti scopriranno.

La tensione di Addie ha una ragione, presentata nel preambolo del lungometraggio. Nel 1986, da giovane, era in un parco di divertimenti a Santa Cruz, e in un momento di distrazione dei genitori, la bambina con una mela d’amore tra le mani e con indosso una camicia di “Thriller” di Michael Jackson, finirà dentro una delle attrazioni: una casa degli specchi suggestivamente chiamata ‘Trova te stesso’. Dentro, Addie inciampa davvero su se stessa, non sul proprio riflesso, ma una copia esatta sua. L’esperienza la lascia traumatizzata per molti anni e tornare nella cittadina, dopo tanti anni, e con i bambini, l’angoscia profondamente, perché non ha mai raccontato dell’incontro con questo altro sé a nessuno, cosa che non riuscì mai a capire, o dimenticare.

Poster promozionale del film, fonte: Divulgazione

Già installati nel loro bungalow, i Wilson una notte sono sorpresi da una “visita” inaspettata: una famiglia, identica a loro, così come la ragazza della casa degli specchi d’infanzia di Addie. Si nascondono in giro, vestiti con tute rosse e forbici in mano. È l’inizio di un incubo.

Noi‘ parte sicuramente dal mito di Doppelgänger, nativo di leggende germaniche, in cui esiste un mostro o essere fantastico che ha il dono di assumere la forma della persona che sceglie e poi passa a seguirla ossessivamente. Peele si appropria di questo mito per fare un commento corrosivo sugli Stati Uniti d’oggi. Discute questioni razziali, senza dubbio – i Wilson incontrano in spiaggia una famiglia di amici, bianchi, i Tylers, più ricca e infinitamente più futile di loro – la moglie, Kitty (Elisabeth Moss di The Handmaid’s Tale), passa tutto il tempo a bere e sembra ossessionata con l’apparenza, con l’età. È l’immagine dell’angoscia.

Ma il regista va oltre. Sembra parlare dell’America che Donald Trump insiste sul voler tornare indietro. “Siamo americani,” dice la copia di Addie, l’unica capace di parlare. Gli altri comunicano solo con grugniti. ‘Noi‘ sembra un’affascinante allegoria su una nazione sotterranea, violenta e pre-verbale, che risente del corso intrapreso dal Paese. Si sente tradita e vuole vendetta.

I Wilson, felici, di successo, integrati, insultano i loro pari, privati ​​delle stesse opportunità e possibilità. Sono Obama mentre le loro copie sono Trump, risentite, desiderose del loro pezzo del sogno americano, che vogliono conquistare a base di forbici. ‘Noi’ parla di tutto questo e altro. È un grande film.

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