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“Non è la RAI”: come trent’anni fa quelle ragazzine sono entrate nelle nostre vite

Il 9 settembre 1991 andava in onda la prima puntata di “Non è la RAI”. Il teen-show è stato un autentico fenomeno di costume degli anni 90, forse il primo talent della televisione italiana.

Un centinaio di giovani ragazze, dirette dal regista e pigmalione Gianni Boncompagni si esibivano in giochi telefonici, balletti e canzoni.

Io avevo tredici anni, esattamente l’età che ha mia figlia oggi, e sognavo di essere una di loro. Cantavo le loro canzoni e imparavo i loro balletti. Le ore dopo la scuola erano scandite da quel ritornello inesorabile” Please dont’go…. dont’ gooooo…dont’go away…”.

Poco mi interessava che l’immagine femminile che il programma proponeva fosse ai limiti della pedofilia e che agiva su di me addormentando il mio senso critico portandomi a desiderare un vestito elasticizzato dell’ONYX.

Io volevo solo sapere cosa conteneva lo zainetto di Ambra. 

E se andasse in onda oggi?

Negli anni seguenti sono diventata attentissima a tutto quello che riguarda il modo di rappresentare le donne e mi chiedo cosa succederebbe se quel programma andasse onda oggi e se mia figlia e le sue coetanee lo guarderebbero.

In questi trent’anni molte certezze culturali si sono infrante, le tredicenni di oggi vivono, rispetto alla mia generazione, un solipsismo mediatico alienante ma d’altra parte questa nuova ondata di attivismo, seppur con un tocco pop, sta cambiando in loro qualcosa.

Le ragazze di Non è la Rai erano lì, felici e sgambettanti tra palco e piscina, perché qualcuno, un uomo, le sceglieva una per una e suggeriva loro cosa dire attraverso un auricolare. Un atto di paternalismo scaltro da parte di un professionista della televisione che noi quarantenni tanto compiangiamo. Un patriarcato mediatico che oggi per molte ragazzine sarebbe insopportabile…

Le star di Tiktok, di Instagram, i partecipanti di X-factor rivendicano fortemente di essersi fatti da soli, di aver superato avversità e discriminazioni per essere dove sono. Mostrare il culo sì, ma come atto consapevole e espressione di indipendenza. (Non sempre vero, a volte condito da un q.b. di pinkwashing).

La narrazione del “abbiamo tutti una storia da raccontare e con quella ce la faremo” delle icone di oggi è in forte antitesi alle ragazze di Non è la RAI che, in molti casi ma non in tutti, erano delle semplici ragazzine senza talenti nè storie particolari trasformate in un fenomeno mediatico dallo sguardo di un maschio di mezza età.

I miei quarant’anni mi portano ad avere rabbia e livore verso la tredicenne che non capiva che stava partecipando a un gioco perverso, d’altra parte lo specchio del tempo che passa ha trasformato bonariamente tutto questo in nostalgia per un mondo al sapore di olio di palma così rassicurante nel suo non mettere mai in discussione nulla, figuriamoci la televisione. Se lo dice la tv è giusto cosi, e giù con anni di edonismo berluscioniano.

Cosa è cambiato?

Invidio le giovani di adesso che hanno molti più strumenti di valutazione, che se vogliono fare un corso di studi di genere sanno che esiste perché se ne parla o possono seguire su Instagram attiviste dal profilo con tot mila follower che parlano di parità di genere e che probabilmente col cavolo che si sorbirebbero un quarto d’ora di Please dont’go se sapessero che è ideato per il compiacimento maschile. Forse non tutte lo troverebbero pericoloso ma molte lo troverebbero cringe.

Certo, a nostra discolpa posso dire che non c’erano i social e Non è la RAI era l’unica narrazione dove le nostre eroine erano nostre coetanee che facevano cose che anche noi avremmo potuto fare, un corto circuito che sarebbe diventata la base del meccanismo di produzione di idoli della porta accanto degli anni successivi di cui noi siamo state le prime cavie.

La mia critica non va assolutamente a chi partecipava allo show ( a lungo ho supplicato la mia famiglia per farmi fare un provino) e molte di loro sono diventate stimate professioniste a riprova del fatto che avessero talento e stoffa.

La differenza è che noi non vedevamo la pericolosità del contesto perchè non esisteva altra narrazione se non quella maschilista che leggitimava quel tipo di spettacolo. Noi guardavamo le ragazze che amavamo senza sovrastrutture perché ancora non esisteva un pensiero critico che aiutasse una ragazzina di tredici anni come me ( seppur privilegiata e di famiglia colta) ad esprimere disagio verso quello sguardo maschile che desiderava le “ninfette di Non è la RAI”.

E’giusto essere nostalgici senza tener conto del contesto?

L’accusa più in voga ai tempi che viviamo è che non si può più dire nulla, che il politically correct sta ridimensionando tutto ma forse in certi casi è necessario stare attenti a come e cosa si dice sopratutto quando si tratta di rappresentare le donne ( in questo caso anche minorenni).

Forse l’affermazione della nostra femminilità e la trasformazione in donne consapevoli è un continuo gioco delle parti, non rinnego di essere stata una fan di non è la RAI ma trovo pericoloso trasformare tutto in nostalgia senza prescindere dalla critica di un contesto tossico come quello su cui il programma faceva leva.

Comunque trent’anni sono tantissmi, questo le ragazzine di oggi è giusto che ancora non lo sappiano.

@Milavagante

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