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Ottobre 21, 2020, mercoledì

Cara Oriana Fallaci, la guerra non è ancora finita ma non lo sei neanche tu

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Dovrei iniziare dalle definizioni, e quindi in fila: Oriana Fallaci, la giornalista italiana più conosciuta del Novecento, la più rivoluzionaria, la prima reporter italiana al fronte, la giornalista più criticata, la più contrariata. E poi, in ordine sparso: coraggiosa, guerrafondaia, pazza, profetica, insopportabile, provocatrice, epifanica.

E, invece, preferisco iniziare dall’Orianina, come amava chiamarla Fellini, dei quarantasette chili per un metro e cinquantasette, da quell’eyeliner per andare in guerra a quelle trecce da bambina. 

Abbiamo già fatto tutti abbastanza per scongiurarle la pace eterna, abbiamo già fatto abbastanza per condannare l’ultima Oriana, la strega cattiva che dall’11 settembre 2001 lanciava bombe di sentenze contro un’estremismo islamico che la faceva tanto infuriare. E che avesse ragione o meno, che fosse profetica o meno, che l’Eurasia di cui delineava faccia e nei fosse o meno il nostro attuale campetto da calcio: non saremo noi a dirlo. 

Possiamo, invece, raccontare il lato oscuro della Luna, la stessa Luna sulla quale il comandante dell’Apollo 12, Charles Conrad, nel 1969 portò la foto di Oriana Fallaci quando sbarcò sul satellite, chiedendo solo a lei consiglio su quale frase dire per quel passo così epocale.

E’ l’Oriana che ha saputo fare del giornalismo non solo un modo di raccontare la verità, ma anche di contestarla. Che ha saputo fare dei report non solo un resoconto dell’evento, ma anche la sua narrazione.  Non più solo la cronaca, ma anche il racconto. Un giornalismo moderno, una scrittura visionaria che seppe rompere con la freddezza del polically correct.

Facile diventare cattiva quando sai rispondere a ciò che la storia interroga. E lo dici. E lo scrivi. E lo firmi.

Ho scelto l’Oriana che va in bici, a dieci anni, perché papà Edoardo le insegna a fare la staffetta partigiana contro la resistenza greca. Ho scelto quelle trecce lì, uguali, che si fa anche in Vietnam quando dal 1965 per molti anni si troverà al fronte come prima inviata di guerra. Con l’elmetto e lo zaino militare, la divisa e la paura di chi va dentro la guerra proprio per capire quella con cui è nata. 

Ho scelto l’Oriana che dice che sì, ha paura. Perché “chi dice che non ha paura della guerra o mente o è un cretino”. 

Ho scelto l’Oriana che davanti a Ruhollah Khomeini, nel 1979, durante l’intervista che gli stava sottoponendo (sempre quasi fosse un interrogatorio) si tolse lo chador per protesta. E poco contava se lui, poi, la cacciò via. E poco contava anche che Henry Kissinger, dopo l’intervista che gli fece Oriana nel 1972, disse di questa “la peggior chiacchierata della sua vita“. 

Era proprio questo il potere di rispondere al Potere. Era questa la rabbia e la disperazione, il coraggio e l’orgoglio di una donna che sapeva esattamente quello che chiedeva, il modo in cui lo chiedeva, il perché lo chiedeva. 

Non erano tanto le risposte che contavano, ma le domande. Non era tanto l’effetto della rivoluzione, ma il fatto primo che si sia fatta una rivoluzione.

L’ossessione della verità era l’eco del diritto alla dignità.

E poi, c’era Orianina anche nell’Oriana che scopriva l’America degli anni ’50, quella che incontrava tutti quegli antipatici divi di Hollywood, che si sedeva al tavolo con gli uomini più potenti del mondo. C’era Orianina anche nell’Oriana del successo planetario, dei milioni e milioni di copie vendute in tutto il mondo di tutti i suoi libri. C’era Orianina anche in quel che accadde a Città del Messico nel 1968, quando la credettero morta nella rivolta degli studenti. E invece quella pallottola non l’aveva vinta. 

E non l’aveva vinta neppure l’Alieno, quel cancro che la rinchiuse nel suo appartamento a New York per lunghi undici anni, come in una gabbia, nella solitudine remota, profonda e razionale d’una donna che non sapeva e non voleva morire. 

C’era Orianina persino nell’Oriana che scrisse al Corriere della Sera come una furia, come un leone affamato, subito dopo l’attentanto dell’11 settembre 2001. C’era anche in quella rabbia cieca, nella stanchezza cattiva d’una vita sempre in prima linea. 

Ma c’era soprattutto nel suo amore doloroso, vorace, violento e passionale per Alekos Panagulis. C’era in tutte quelle lettere nascoste dove si spogliava dalla camicia militare e rimaneva quella donnina magra magra con un bisogno drammatico di carezze. 

Oriana Fallaci e Alekos Panagulis

 

Avrà anche pianto qualche volta, per tutti gli insulti e le minacce, per la condanna di aver detto quello che gli pareva, nel modo in cui gli pareva. Eppure gliel’hanno lasciato fare tutti, perché era la Fallaci, proprio per questo.

Ma c’era un’eleganza dolorosa anche nella verità più cattiva, c’era un coraggio bambino anche nella paura della morte, c’era un amore viscerale anche nell’odio dell’altro. 

Ho, ancora, scelto Orianina perché ho iniziato a scrivere sognando di scrivere bene come lei. Perché io tutto quel coraggio non ce l’ho, e non ce l’avete neanche voi. Perché si sappia che Oriana Fallaci non era soltanto la giornalista che alcuni odiavano, che qualcuno seguiva, che tutti conoscevano: era anche una Donna. E dietro quegli occhiali grandi, quel cappello da diva, non c’era soltanto un personaggio. C’era una persona.

Era una Donna anche e soprattutto per quella difesa così feroce della verità per cui scagliava parole come proiettili. E come tutte le Donne s’incazzava subito, si imbestialiva, poi rideva, ritornava. Non dimentichiamoci di Orianina quando, ancora, ci scagliamo contro Oriana Fallaci. Ricordiamoci quella bambina in bicicletta. Forse la verità è tutta lì. Forse avrebbe dovuto giocare di più. Avrebbe dovuto correre non per scappare dalle bombe, né dai cani di Beirut. 

Orianina è ancora lì, con lo smalto rosso, i capelli sulle spalle, è ancora nella sua Firenze, è ancora al 222 A sulla 61th street, nel cuore dell’Upper East Side, è ancora in Grecia con Alekos Panagulis, è ancora nel fumo della sigaretta, e nella battaglia viva contro l’Alieno, che la portò via ; negli occhi di vetro opaco c’è ancora l’ombra di una vita, in un occhio la scena grigia della guerra, nell’altro i colori della magnolia.

Il 15 settembre 2006 muore nella sua Firenze, a 77 anni, con al polso un orologio militare. La settimana scorsa, il 29 giugno, era il suo compleanno. Si ricorda solo ciò che abbiamo imparato: di Oriana Fallaci– bene o male- si ricordano tutti, evidentemente perché qualcosa ha insegnato. Potrei dire cosa, ma “non esiste la verità, esistono le verità”. Scegliete, ognuno, le vostre.

Oggi il suo profilo è l’ombra di una storia contemporanea che aveva, in qualche modo, già immaginato. Quella “pazza” di Oriana non solo- forse- aveva ragione: aveva il coraggio di volervelo dire.

Tutto questo era per dirti, Orianina, che la guerra non è mai finita.

Ma non sei finita neanche tu.

 

Rossella Papa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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