Spesso, di fronte a temi cruciali, la risposta istintiva è: l’importante è che se ne parli. Ci convinciamo che sia meglio un approccio improprio piuttosto che il silenzio assoluto. Eppure, nulla di più errato. Forse un tempo, in mancanza di strumenti e per non lasciar morire argomenti come il femminismo, ci si accontentava del minimo. Oggi, con la consapevolezza dei traguardi raggiunti e di quelli ancora necessari, parlarne non basta più. Bisogna farlo con cognizione. Un requisito ancora difficile da ottenere nella sua totalità, ma che ILUKA e Paris Paloma incarnano perfettamente, diventando le voci di due narrazioni diverse che, inevitabilmente, convergono.
ILUKA e Paris Paloma: due facce della stessa medaglia
ILUKA e Paris Paloma sono due artiste che, pur trattando diversamente temi quali femminismo e patriarcato, sono riuscite a convergere in una direzione simile. Il punto predominante del loro successo è senza ombra di dubbio il talento e la passione. Tuttavia, anche i social hanno giocato un ruolo importante nella diffusione della loro arte. In particolar modo per Paris Paloma con la canzone labour, ormai considerata un vero e proprio inno che accompagna storie di abusi, violenza o discriminazione contro le donne.
Per ILUKA il discorso, solo in apparenza, è diverso. Se per labour vi è la rappresentazione di un patriarcato radicato, apparentemente invisibile (la prigione), per Wings avvertiamo la tipica rabbia di chi è cresciuta sentendosi dire cosa e come farlo; la ribellione di chi vive per trovare la propria gloria, senza permettere a qualcuno che parli al proprio posto (l’evasione). La loro unione avviene qui, dove le due narrazioni si scontrano, rivelando due facce della stessa medaglia.
Il peso apparentemente invisibile con «labour»
L’opera musicale di Paloma è stata descritta dai più come una lettera d’amore rivolta alle donne, alla storia passata e a quella che ancora deve essere scritta. Questo, forse, è uno dei paragoni più significativi: non vi è traccia d’amore nel testo, anzi. È la rappresentazione di un patriarcato subdolo e brutale, poiché nascosto tra le mura di casa. La donna che non è più donna, ma «terapeuta, madre, cameriera, ninfa, poi vergine, infermiera, poi serva». Una donna che si sposa per servire, che partorisce per accudire, che ama per assecondare un’ideale. Non è amore, è servilismo e costrizione. È la consapevolezza di dover assistere a una «finta incompetenza» che diventa «dominio sotto mentite spoglie». Eppure, i tipici sogni da «famiglia perfetta» che portano a voler fare figli solo per assecondarli, sono solo apparenza. La sola idea di avere una figlia e sapere che le toccherà lo stesso destino è terrore che acuisce il desiderio di ribellione. «Quindi ora devo correre, così da poter rimediare a questo errore, almeno devo provarci».
Poi, guidati verso la fine della canzone, veniamo investiti da un ritmo che suggerisce l’urgenza di una reazione. È solo alla fine del video che la donna, dopo aver assistito all’abbuffata del marito senza toccare cibo, afferra un melograno. La scelta è tutt’altro che casuale. In molte culture questo frutto è simbolo rinascita, un desiderio bramato e divorato con ferocia. Il suo viso, così come gli indumenti e le mani, sono ricoperti da quel succo rosso. Non vi è compostezza, né tantomeno il desiderio di rallentare. Il marito, dapprima divertito davanti quella scena, si ammutolisce quando comprende che non ha alcuna intenzione di fermarsi. Labour è questo: assistere e subire sulla propria pelle gli effetti del patriarcato, fino al momento di rottura. Capire, infine, di dover agire ora affinché non debba farlo un’altra donna domani.
Oltre la rottura con «Wings»
E se labour si ferma sulla soglia della rottura, nel momento esatto in cui il succo del melograno macchia il patriarcato, Wings di ILUKA ci mostra ciò che accade dopo: è il volo di chi ha lasciato quella tavola. La contrapposizione perfetta tra «il piano per la fuga» e l’esecuzione dello stesso. È il passaggio dal dover fare il lavoro per qualcun altro, allo spendere energie e tempo per costruire qualcosa per sé. Anche quando ti impongono cosa e come farlo, anche quando ti fanno credere che «se ti vesti così, allora te la stai cercando», l’unica risposta plausibile è: «F*ck it». E se questa è l’unica risposta, l’unica reazione è lottare per riconquistare quella libertà che sembra ancora lontana. Lottare affinché le storie delle donne non vengano più scritte dagli uomini, ma raccontate dalle donne stesse. È parte integrante della rinascita: spiegare le ali e costruire ciò che ci è stato negato. Qui i due brani si sposano, mostrandoci la catena che si spezza e quel che può nascere da quella rottura.
Stefania Cirillo





