La prima volta che un film straniero conquistò quattro nomination agli Oscar. E con una donna regista. Lina Wertmüller non conquistò nessuno dei premi ma, a risarcirla da quel “torto”, rimase tutto il suo talento impiegato per il film, Pasqualino Settebellezze. Un classico senza tempo, in cui lei non guarda il mondo con gli occhi di una neorealista ma di un poeta. E, a ben 43 anni di distanza, riceverà il premio Oscar onorario dagli Academy Awards.

Lina Wertmüller, raccontato da lei stessa, era intenzionata a voler affrontare l’inaccettabile tragedia umana dei lager nazisti. La storia ignobile che l’aveva profondamente segnata nell’adolescenza, e che aveva messo in conto di doversene occupare. Facendone però un film in chiave “grottesca”. Un’impresa pazzesca, apparentemente impropria, quanto necessaria.

Locandina film 1975 Pasqualino Settebellezze - Dal web
Locandina film 1975 Pasqualino Settebellezze – Dal web

Pasqualino Settebellezze: riso amaro

Solo una maestra, un’artista dalla sensibilità spiccata, riuscirà a conciliare l’abisso di quel dolore alla possibilità di sorridere. Con delicatezza, senza dimenticare, ma allietando il peso negli animi con una risata. Pur raccontando, e ricordando a tutti, quell’immane catastrofe. La regista trovò tutte le informazioni necessarie per la realizzazione della sceneggiatura, da un napoletano. Le era stato suggerito perché esperto di guerra e pratico di manicomi.

La sua storia partenopea si articolava tra camorra, lager e femmine. Quale spunto migliore della dialettica napoletana, da sempre famosa per l’ironia che salva e sdrammatizza anche nei disastri. I napoletani, i re del mediterraneo, sono abili ad inventare i mezzi per sopravvivere a tutte le disgrazie. Dalle millenarie eruzioni del Vesuvio, ai terremoti, fino alla miseria. Facendosi aiutare dalla loro lingua e dal carattere solare di eterna compagnia.

Pasqualino Settebellezze – Filmato da YouTube

Pasqualino Settebellezze : un guappo partenopeo

I soldi erano come sempre pochi e con quelli disponibili, in piena estate, bisognava ricostruire un campo di concentramento. Si tentò di riprodurre lo stesso cielo grigio, come di un inverno perenne, dei luoghi autentici. Venne scelto, dopo varie perlustrazioni, il Tempio di Poseidone sulle colline di Tivoli. Giancarlo Giannini, bravo e appassionato, fece di quel piccolo napoletano affamato di vita, battezzato Pasqualino, un personaggio rimasto nella memoria.

Nella Napoli degli anni 30 è un giovane dai toni e dallo stile fortemente meridionali. Che vive con sette donne, sua madre e le sorelle. Fra i vicoli popolani, dove si consumano conflitti, delitti d’onore, e passioni ancorate a piccole realtà. Tra la storia della seconda guerra mondiale, il caratteristico protagonista, acquisisce una consapevolezza sulla vita ben più matura, anche se cruda, di un qualunque altro guappo di folclore.

Giancarlo Giannini da Pasqualino Settebellezze – Filmato da YouTube

L’arte della sopravvivenza

Lina Wertmüller ha esordito come aiuto regista di Fellini. E lo stile del film rimanda al neorealismo appreso. Lo sfondo è un contesto sociale svantaggiato. Arretratezze culturali, mentre la guerra incombe e la tensione politica interna al paese aumenta con l’ascesa di Mussolini. Pasqualino, con spavalda e stolta inconsapevolezza, pensa ai propri affari. E a difendere l’onore delle sorelle. La sopravvivenza è un’arte, e questo ha insegnato la bella Napoli al personaggio.

Mentre è corteggiato da tutte, come la sua stessa denominazione anticipa, forse per la bellezza. Anche se modesta e non proprio leggendaria. E piaceva anche se non era un Adone. E, nel suo soprannome, in questa dicitura fortemente popolare, si scorge l’impronta di quel magico realismo felliniano. Da incosciente e sempliciotto, ingenuo e fantasioso, nel momento dell’omicidio cambia. E sarà solo mostruosa sete di sopravvivenza.

Giancarlo Giannini dal film Pasqualino Settebellezze - Foto web
Giancarlo Giannini dal film Pasqualino Settebellezze – Foto web

Storia di crudo realismo

Parlano, anche senza proferir parola, quelle inquadrature in primo piano. Che stringono sugli occhi terrorizzati e fortemente espressivi di Giannini. Questo incontro con la morte, lo porterà in un percorso rocambolesco alla Don Chisciotte, dal manicomio al fronte di guerra, fino al campo di concentramento. Si cela una verità tragica tra le avventure: l’eterna lotta tra sopravvivenza ed estinzione. In cui il protagonista è costretto a fare il funambolo su quel sottile filo che le separa.

Un essere senza ideali disposto a darsi in tutto pur di sopravvivere. Con la coscienza che si può annientare, che può anche tacere. Questo il tipo di uomo che sceglie di essere Pasqualino, che ha la debolezza umana per ottava “virtù”. Il manicomio e l’infermità mentale serviranno a sfuggire alla condanna per omicidio. L’arruolamento in guerra per scampare al manicomio. La vendita del proprio corpo e della coscienza alla comandante tedesca, per poter mangiare.

Pasqualino Settebellezze – Filmato da YouTube

Pasqualino tira a campare

Questo film è un’odissea dentro l’orrore del Novecento. E come il poema di Omero, anche sullo schermo si finisce con il ritorno a casa dell’eroe. Un rientro doloroso perché ritrova la fidanzatina di un tempo divenuta donna di strada. “Dobbiamo chiuderci in casa e faremo molti figli…arriverà un momento in cui ci ammazzeremo tutti per un pezzo di pane”. Una visione catastrofica la sua, e forse anche profetica.

Non c’è parte, anche tragica, che il volto di Giannini, segnato dalle mille esperienze, non sappia umanizzare e rendere veritiero. Un trionfo è la sua espressione nel cinema. Anche lui come Pasqualino ha il fascino della bellezza. Quella senza tempo. Ha in più la bravura nel film, di incarnare, facendone un istinto di sopravvivenza, il motto “tirare a campare”.

IMMAGINI DEL FILM PASQUALINO SETTEBELLEZZE, PRESENTATO A CANNES IN VERSIONE RESTAURATA (da ufficio stampa)
IMMAGINI DEL FILM PASQUALINO SETTEBELLEZZE, PRESENTATO A CANNES IN VERSIONE RESTAURATA (da ufficio stampa)

Il bene sommo della vita

Pasqualino Settebellezze, come il titolo stesso auspica, è stato foriero di pregi e riconoscimenti in quantità. Nella crudezza si ammira la grazia. Oltre il bello che si cattura con gli occhi, magari dietro occhialetti bianchi che a cambiarli si farebbe peccato. E la filosofia del film resta impressa nei ricordi.

Quanto cuore ci si mette nella stesura di un film? Non si sa, ma tornerà tutto indietro. Gratitudine, riconoscenza, per il bello che non si paga. Da trattenere e custodire in dono, prima che, fugace e passeggero, scappi via.

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