Cosa racconta davvero un trend come il petting zoo, in cui uomini pagano per toccare donne vestite o seminude, spesso inginocchiate come animali in gabbia? In un’epoca in cui le donne dovrebbero aver conquistato libertà e autodeterminazione, perché spopolano i petting zoo – eventi dal nome ambiguo, un mix tra lo zoo e lo strip club, dove le donne vengono toccate, osservate e sono disponibili?

Il corpo femminile è ancora il centro del desiderio maschile, ma anche del suo potere? O è semplicemente un corpo in vendita?

Cos’è un petting zoo

I petting zoo umani, ispirati ai recinti degli zoo, sono eventi organizzati (spesso privati o semi-clandestini) dove donne, vestite in modo provocante, si offrono volontariamente come “animali” da accarezzare, toccare, guardare, fotografare.

L’ambientazione è surreale: gabbie, collari, suoni da zoo, spettatori che pagano per parteciparvi. Alcune performer si definiscono “sex workers artistici”, altre lo vivono come forma di performance post-femminista, un modo per ribaltare le dinamiche di potere mettendosi per libera scelta al centro del potere maschile, ma in modo “controllato” e remunerato.

Tuttavia, questo aspetto è molto dibattuto all’interno dello stesso femminismo. Da un lato, c’è chi sostiene che la vera libertà femminile consista nel scegliere cosa fare del proprio corpo, anche se ciò include la sessualizzazione e la mercificazione. Dall’altro, c’è chi vede in questi fenomeni una falsa emancipazione, poichè le donne sono ancora sottomesse a pratiche patriarcali mascherate come “libera scelta”.

Petting zoo: emancipazione o decadenza?

Chi difende questi eventi parla di scelta libera: donne adulte, consapevoli, che usano il proprio corpo per guadagnare, per provocare, per esprimersi.

Eppure, la domanda è: questa è emancipazione ?

Mentre in alcuni ambienti si celebrano eventi come i petting zoo come espressione di libertà e autoaffermazione, milioni di donne nel mondo continuano a lottare ogni giorno per non essere sessualizzate, toccate senza consenso, giudicate per come si vestono o si comportano.

Molestie, violenze sessuali, colpevolizzazione della vittima: tutto questo è ancora una realtà quotidiana per molte. Le donne subiscono pressioni estetiche e sessuali, body shaming, slut shaming, revenge porn e – sempre più spesso – la diffusione non consensuale di materiale pornografico online.

Una cultura che continua a trattare il corpo femminile come oggetto di desiderio, consumo e controllo. 

Dopo decenni di lotte per uscire dallo stereotipo del corpo-merce, le donne scelgono di tornarci, volontariamente? Oppure questa “libertà” è solo l’adattamento al potere patriarcale?

Viviamo in una società ipersessualizzata, dove tutto è contenuto, visibilità, monetizzazione. Ma quando il corpo femminile è ancora oggetto socialmente accettata per ottenere attenzione, possiamo ancora parlare di progresso?

In questo contesto, la spettacolarizzazione volontaria del corpo può apparire come una dolorosa contraddizione rispetto a queste battaglie quotidiane. 

Una scelta individuale, ma che si intrinseca in un contesto collettivo ancora profondamente segnato da disuguaglianze e violenza simbolica contro le donne.

Sono oggi più libere di scegliere, certo, ma è davvero libertà?

Il petting zoo ci apre ad una riflessione: abbiamo lottato per non essere toccate senza consenso, e ora vendiamo quel consenso volontariamente. Non c’è nulla di sbagliato nel desiderio, nel corpo, nella sensualità – ma è legittimo chiedersi: questa è libertà o l’illusione di esserlo?

Giorgia Torresin

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