Nel romanzo Poche cose essenziali, Ferdinando Loiacono costruisce la parabola discendente di Aleco Sernachè, cardiochirurgo milanese immerso in una vita professionale molto intensa; un uomo abituato a intervenire sul cuore degli altri, ma meno preparato a riconoscere le proprie fratture interiori. La sua è una crisi che non arriva come un evento improvviso ma come una sorta di progressivo logoramento dell’anima: la tenuta identitaria del protagonista, costruita su efficienza e competenza, inizia tutto a un tratto a mostrare cedimenti. Il romanzo si apre così su una domanda indiretta ma più ampia del caso individuale: cosa accade quando la performance – lavorativa, sociale, emotiva – smette di sostenere il senso dell’esistenza?
Poche cose essenziali, la medicina come specchio del limite umano

Il romanzo Poche cose essenziali di Ferdinando Loiacono si colloca in uno spazio riflessivo di un’epoca sempre più abituata alla velocità e all’essere performativi: quella in cui il successo professionale, la competenza e l’efficienza non bastano più a garantire un senso all’esistenza.
Al centro della trama, protagonista è Aleco Sernachè: cardiochirurgo milanese affermato, travolto dai ritmi della professione e da relazioni rimaste sospese. Dietro l’immagine dell’uomo realizzato, però, pulsa silente una crepa che diventa progressivamente una crisi profonda. Non un turbamento semplificato come semplice cedimento psicologico ma come momento di verità: il punto profondo in cui un individuo non può più ignorare ciò che ha lasciato irrisolto.
Il percorso del personaggio Aleco richiama, tuttavia, una lunga tradizione letteraria; un naturale parallelismo avviene pensando ai protagonisti di Italo Svevo, in particolare a Zeno Cosini: uomini che dietro l’apparente normalità nascondono una fragilità capace di mettere in discussione ogni certezza. Come accade nei grandi romanzi della crisi novecentesca, anche qui il malessere non è soltanto individuale ma sintomo di un’intera civiltà.
La crisi come occasione di verità
La scelta di fare del protagonista un cardiochirurgo possiede una forte valenza simbolica. Aleco trascorre le proprie giornate a intervenire sul cuore degli altri, ma si scopre incapace di ascoltare il proprio. La medicina rappresenta il dominio della tecnica e del controllo; la vita interiore, al contrario, sfugge alle diagnosi e ai protocolli ed è proprio in questa tensione che risiede uno dei nuclei più interessanti del romanzo.
In questo senso, la tradizione medico-letteraria rimanda a Čechov: medico e grande romanziere russo. Secondo il medico-letterato, infatti, la figura del dottore non è altro che la rappresentazione di quello che per Čechov è ”l’uomo superfluo”; uomo avvinto e recluso in un’incomunicabilità esistenziale. Una dimensione che ben si rende evidente nel suo noto racconto, datato 1892: Il reparto numero 6.
Con il personaggio di Aleco, Ferdinando Loiacono mette in scena un uomo che pur disponendo degli strumenti per affrontare la fragilità fisica altrui, deve confrontarsi con una vulnerabilità che nessuna competenza professionale può risolvere. In Poche cose essenziali la crisi assume il valore di una soglia: non semplicemente un evento da superare, ma un’esperienza che costringe il protagonista a ridefinire la propria visione del mondo.
Il viaggio verso l’essenziale
La malattia, l’amicizia e l’amore diventano le tappe di un itinerario interiore che conduce il protagonista a una progressiva spoliazione del superfluo. È un movimento che procede in direzione opposta rispetto a quello dominante nella società contemporanea fondata, spesso, sull’accumulo non solo di beni ma, anche, di relazioni e identità. Il titolo del romanzo racchiude il senso profondo di questa ricerca; le “poche cose essenziali” non sono solo una mera formula motivazionale ma il risultato di una lenta presa di coscienza che passa attraverso il confronto con i propri limiti. In questo percorso risuonano echi della lezione di Antoine de Saint-Exupéry, quando nel Piccolo Principe ricorda che “l’essenziale è invisibile agli occhi”. Il romanzo di Loiacono, tuttavia, si muove in una dimensione più adulta e disincantata, consapevole che la ricerca dell’essenziale non elimina il dolore né le contraddizioni dell’esistenza.
Poche cose essenziali, una riflessione attuale
Pur seguendo la vicenda di un singolo individuo il libro parla chiaramente al presente. Il protagonista del romanzo incarna, infatti, una figura riconoscibile: il professionista di successo che ha investito gran parte della propria energia nella costruzione di una carriera, salvo poi scoprire che il riconoscimento sociale non coincide necessariamente con la realizzazione personale. La domanda che attraversa il romanzo è la stessa che emerge sempre più spesso nella letteratura contemporanea: cosa succede quando vengono meno quei ruoli attraverso cui definiamo noi stessi?
Da questo punto di vista il libro dialoga idealmente con opere che hanno indagato il tema dello svuotamento esistenziale nella modernità – per esempio, La nausea di Jean-Paul Sartre – nei quali il successo e l’autorealizzazione si rivelano categorie insufficienti a contenere la complessità dell’esperienza umana. L’autore affronta tali questioni con uno sguardo accessibile ma non superficiale, evitando sia il moralismo sia la tentazione della risposta definitiva; in questa accezione, la ricerca dell’essenziale appare come un processo aperto e mai completamente concluso.
La conversione laica di Aleco
La parabola esistenziale di Aleco Sernachè – e qui si ritorna, nuovamente, alla letteratura russa – può essere letta anche alla luce di una tradizione letteraria che trova in Lev Tolstoj un riferimento significativo. Proprio come Ivan Il’ič, il magistrato di successo protagonista de La morte di Ivan Il’ič, Aleco è un uomo che ha raggiunto ciò che la società considera prestigio e affermazione, salvo successivamente scoprire che conquistare tali vette non basti. La crisi che lo travolge non è soltanto psicologica ma spirituale nel senso più ampio del termine: una presa di coscienza che lo costringe a interrogarsi sulla qualità autentica della propria esistenza.
In Poche cose essenziali questa dinamica assume i contorni di una “conversione laica”: la ricerca di Aleco consiste nel capire che il senso della vita non coincide con ciò che si possiede o si conquista, ma con ciò che si è capaci di riconoscere come essenziale. Il protagonista del romanzo di Ferdinando Loiacono comprende che il fallimento delle certezze non coincide con la fine di un’esistenza, ma può rappresentare l’inizio di uno sguardo nuovo sul mondo.
Un romanzo che invita a rallentare
Al termine della lettura, ciò che rimane non è soltanto la storia di una crisi personale, ma una domanda rivolta al lettore. In una società dominata dalla fretta e dall’ossessione della produttività, quali sono davvero le cose che meritano di essere salvate? Uno dei meriti del romanzo, oltretutto, consiste nel restituire dignità alla fragilità. In una cultura che celebra costantemente la performance Aleco scopre che proprio la vulnerabilità può diventare una fonte di conoscenza.
Poche cose essenziali non è un prontuario che offre ricette o scorciatoie ma un invito alla riflessione sul significato della cura e del tempo vissuto. Il romanzo esorta il lettore a ricordare come il senso dell’esistenza raramente si trova nell’accumulo ma, invece, nella capacità di riconoscere ciò che una volta eliminato il superfluo continua a restare.





