BRAVE

Politicamente (s)corretto: il partito di chi è partito di testa

Non puoi più esprimerti in libertà e la colpa è del “politicamente corretto”. Il politicamente corretto è un trend stagionale e non vedi l’ora di tornare a dare della pussy a chi non flexa quanto te in palestra. La schwa è una violenza linguistica, ma il catcalling no: mica è violenza, è corteggiamento. “Figlio di put***a” non è un insulto sessista e condannare l’uso di termini del genere è una finesse radical. La N-Word che rivolgi a un atleta afrodiscendente non è una pratica razzista quando sei in curva allo stadio (perché dai, sei solo preso dall’euforia). Fai orecchie da mercante se il sistema lavorativo acuisce il gender gap e chi ne evidenzia le ipocrisie è un* Social Justice Warrior. Spero non ti stia rispecchiando in questo scenario desolante. In caso contrario, fatti un favore e domandati: sei certo di non essere TU quello politicamente (s)corretto?

Non voglio essere capito. Voglio essere, capito?

Partiamo da un presupposto: sono un uomo bianco eterosessuale cisgender e scrivo per una rivista femminista. Ne vado molto fiero. Tuttavia chi prende posizioni inclusive, così come chi intende sensibilmente la socialità e i rapporti che ne derivano, si guadagna aprioristicamente “l’onta” di essere “politicamente corretto”. Come mai? L’errore più frequente commesso – comprensibile seppure intollerabile – risiede nella misconception di confondere attivismo e queerbaiting. Inoltre, andiamo nel merito: ti sei mai chiest* cosa significhi realmente l’espressione “politicamente corretto”? Ha senso attribuirle una connotazione grottesco-dispregiativa?

Politicamente corretto: “Linea di opinione, orientamento ideologico, atteggiamento sociale con lo scopo inteso nel rifuggire l’offesa o lo svantaggio verso determinate categorie di persone all’interno di una società”.

Shame Shame (?)

Dove sta la vergogna nell’assumere una posizione del genere? Non c’è nulla di deplorevole e trovo non abbia assolutamente senso vergognarsene. La deriva semantica che è stata costruita attorno alla locuzione è pura strumentalizzazione politica. In fin dei conti: sminuire un pensiero scomodo e fastidioso è tipico del gioco delle parti. Basterebbe informarsi per individuare questa palese idiosincrasia. Essere disinformati nell’era digital è un errore grave e un lusso che non possiamo permetterci. Oggi, chi risulta disinformat*, è cerebralmente pigr*. Un inetto in antitesi al progresso sociale.

Idiots Rule

You know the man you hate?
You look more like him every day
[…] Oh, idiots rules

Idiots Rule – Jane’s Addiction

Ciò che vorrei far emergere da questa breve riflessione e che desidero trasmettere – a chi ha dimenticato il cervello nel sottosella – è che definire una persona transgender con l’appellativo “travestito” o rivolgersi ad ess* utilizzando il suo dead name, è sintomo di insensibilità e va condannato. Svilire una prostituta per via del suo lavoro significa ignorare che quella donna verosimilmente non ha mai avuto un’alternativa concreta a quel tipo di vita. Proseguo: perché un* sex-worker che sceglie liberamente di guadagnare utilizzando il proprio corpo deve ancora subire stigmi sociali retrogradi e pressapochisti? Non si cela una dietrologia buonista alle spalle di chi biasima comportamenti simili. Non esistono secondi fini nel desiderio di bandire pratiche incivili e patetiche come quelle che ho elencato. Alcuni sostengono che ogni azione sia automaticamente un gesto politico. Se così fosse, basta solo scegliere: politicamente corretto o scorretto?

Piergiorgio Thunderstone

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